Il giallo dei medici di Ravenna: certificati falsi per fermare i rimpatri o scelta di coscienza?
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
A fare da sfondo alla vicenda, e a complicare ulteriormente il quadro, c’è un dibattito politico e culturale che da anni anima le associazioni di categoria e gli enti impegnati nella tutela dei diritti dei migranti. Documenti pubblici, come l’“Appello per una campagna di presa di coscienza dei medici sulla certificazione di idoneità delle persone migranti alla vita nei Cpr”, promosso dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (Simm) insieme alla rete “Mai più lager – No ai CPR” e all’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi), invitano apertamente i professionisti della salute a una riflessione approfondita sulle condizioni detentive all’interno di queste strutture -3. Tali organizzazioni, che fanno leva su richiami dell’Organizzazione mondiale della sanità e su principi deontologici, hanno persino messo a disposizione fac-simile di moduli precompilati per motivare la non idoneità al trattenimento, sollevando un quesito di fondo: il medico, nel valutare un paziente destinato a un Cpr, deve limitarsi a certificare l’assenza di patologie contagiose o deve estendere il suo esame alle implicazioni sulla salute mentale e fisica che la detenzione amministrativa potrebbe comportare? -10.
La solidarietà del mondo politico e la replica del governo
Mentre la magistratura procede con gli accertamenti tecnici, la vicenda ha innescato una mobilitazione trasversale nel mondo della sanità e della politica locale. Un flash mob di sostegno ai sei indagati è stato convocato per lunedì 16 febbraio alle 13 all’ingresso dell’ospedale di Ravenna, promosso da un gruppo di sanitari tra cui l’oncologo Marco Montanari, ex capogruppo del Pd, e la consigliera comunale dem Petia Di Lorenzo -7. L’iniziativa, alla quale ha aderito ufficialmente il Partito Democratico di Ravenna, intende esprimere vicinanza a professionisti ritenuti vittime di un clima di forte pressione mediatica e istituzionale, accusati – si legge nella nota dei dem – prima ancora che qualsiasi accertamento definitivo possa stabilire la verità processuale -2. A difendere i medici è sceso in campo anche il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, il quale ha parlato di parole «incaute» pronunciate da esponenti del governo e ha sottolineato come la normativa nazionale, di fatto, scarichi sui sanitari una responsabilità enorme, quella di decidere sull’idoneità al Cpr, in assenza di linee guida chiare e condivise a livello nazionale -6. Una posizione, quella del governatore, che ha trovato consonanza nelle parole del sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, secondo cui le politiche di rimpatrio mostrano evidenti crepe e non possono essere gestite delegando ai camici bianchi compiti che spetterebbero ad altri livelli decisionali -9.
Dall’altro lato dello schieramento politico, le reazioni sono state di segno opposto. Il vicepremier Matteo Salvini ha invocato misure drastiche, parlando di una «vergogna da licenziamento, radiazione e arresto», mentre il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha fatto riferimento a un possibile «sabotaggio ideologico» contro l’operato dell’esecutivo -5. Il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni ha aggiunto che i trattenimenti e i decreti di espulsione non possono essere vanificati da referti sanitari che si pongano in contrasto con decisioni già convalidate dai giudici. In questo clima di acceso confronto, l’indagine giudiziaria prosegue il suo corso, con l’obiettivo di far luce su singoli episodi che hanno già avuto un impatto sulla cronaca locale, come nel caso di un 25enne senegalese irregolare accusato di molestie, che non poté essere condotto al Cpr proprio a seguito di una valutazione medica negativa, o di un altro cittadino del Gambia, ritenuto non idoneo al centro e poi finito in carcere per l’aggravarsi delle misure cautelari a suo carico -3.
Il nodo delle linee guida e il ruolo delle associazioni
Al cuore della questione, emerge la mancanza di un protocollo nazionale univoco che stabilisca criteri oggettivi per determinare l’idoneità o meno alla permanenza in un Cpr. Il decreto Lamorgese del 2020, che disciplina la materia, lascia infatti ampio margine alla discrezionalità del medico, il quale deve attestare l’assenza di patologie incompatibili con la detenzione amministrativa, senza però fornire parametri stringenti su come valutare, per esempio, il disagio psichico o le conseguenze di un ambiente carcerario su soggetti vulnerabili -3. È in questo vuoto normativo che si inseriscono gli appelli di organizzazioni come la Simm e l’Asgi, le quali spingono i medici a una «presa di coscienza» che, di fatto, orienta il giudizio professionale verso l’inidoneità -1. La circostanza che l’Asgi abbia ricevuto in passato finanziamenti da soggetti come la Open Society Foundations di George Soros – come documentato da inchieste giornalistiche risalenti ad anni fa – ha alimentato le critiche di chi vede in queste campagne un disegno politico volto a ostacolare le espulsioni, mentre i sostenitori dei medici indagati ribattono che si tratta di una battaglia di civiltà giuridica e sanitaria, che mette al primo posto la tutela della persona -4. L’inchiesta di Ravenna, con i suoi sviluppi, rischia di diventare un caso pilota: se emergessero prove di un coordinamento nazionale tra professionisti sanitari per eludere le norme sui rimpatri, lo scenario potrebbe allargarsi ben oltre i confini dell’Emilia-Romagna, coinvolgendo decine se non centinaia di casi analoghi, e costringendo la politica a confrontarsi con una realtà finora rimasta nell’ombra.




