L’inchiesta di Ravenna sui certificati facili che bloccano i rimpatri

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’iscrizione nel registro degli indagati di sei medici del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, avvenuta come un atto dovuto da parte della Procura, ha aperto uno squarcio su un meccanismo che di fatto, e forse anche di proposito, sembra inceppare il sistema di espulsione dei migranti irregolari e socialmente pericolosi. L’ipotesi di reato, un falso ideologico continuato in concorso, ruota attorno alla firma apposta su alcuni certificati di inidoneità al trattenimento nei Centri di Permanenza per i Rimpatri, i cosiddetti Cpr; una firma che, secondo quanto emerge dalle carte, avrebbe permesso a persone destinatarie di un provvedimento di allontanamento di restare libere sul territorio nazionale.

A rendere il caso esplosivo, alimentando un dibattito politico che ha valicato i confini locali, sono state le storie personali di alcuni degli stranieri coinvolti, storie che i giornali locali hanno ricostruito e che ora sono al centro delle verifiche degli inquirenti. Si parla, tra gli altri, di un venticinquenne senegalese arrestato dopo una serie di molestie ai danni di sette lavoratrici, episodi che sarebbero avvenuti tra la stazione ferroviaria e gli spazi della biblioteca Classense. E ancora, di un ventiseienne originario del Ghana, finito sulle cronache per aver distrutto, in un raptus di violenza, la pensilina degli autobus davanti allo scalo ferroviario, senza dimenticare un furto commesso in un supermercato del centro. Due percorsi biografici diversi, certo, ma accomunati da un esito identico: in entrambi i casi, la certificazione medica ha di fatto annullato la possibilità di trasferirli in una struttura dove attendere l’esecuzione del rimpatrio forzato. E non sono gli unici, visto che l’arco temporale preso in esame dalla Procura, che ha coordinato le perquisizioni, riguarderebbe un numero ben più ampio di episodi e di certificati finiti nel mirino.

Il blitz in ospedale e la reazione della politica

Le modalità con cui si sono svolti gli accertamenti, con gli agenti della squadra mobile che hanno fatto irruzione nel reparto nelle ore notturne tra l’11 e il 12 febbraio, hanno scatenato reazioni immediate e contrapposte. Perquisizioni che i sindacati dei medici, come l’Anaao Assomed, hanno definito pesanti e sproporzionate, paragonandole, per l’impatto operativo, a quelle riservate a reati violenti; un’operazione che, a loro dire, ha esposto i sanitari a una vera e propria gogna mediatica ancor prima che l’indagine potesse fare chiarezza. Dall’altra parte, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato senza mezzi termini di un atteggiamento di sabotaggio e di ostruzionismo ideologico nei confronti delle politiche di rimpatrio del governo, mentre il vicepremier Matteo Salvini, sui social, aveva già ipotizzato per i medici, qualora le accuse fossero state confermate, conseguenze pesanti come il licenziamento e la radiazione dall’albo.

Sul fronte opposto, la politica locale e nazionale di centrosinistra ha stretto un cordone protettivo attorno ai camici bianchi. Il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, ha bollato come improvvide le dichiarazioni dei ministri, accusandoli di speculare su indagini appena iniziate e di dimenticare che il compito di garantire la sicurezza non può e non deve ricadere sulle spalle di chi cura i malati. Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, pur mantenendo un tono più cauto, ha sottolineato come la normativa nazionale scarichi sui medici di base e ospedalieri una responsabilità enorme, quella di decidere l’idoneità al Cpr, spesso in assenza di linee guida chiare e in contesti, quelli dei centri stessi, di cui non possono conoscere le reali condizioni igienico-sanitarie. Un’argomentazione, questa, che punta a spostare il fulcro della questione dalla presunta malafede dei singoli professionisti alle lacune di un sistema che li costringe a fare i conti con valutazioni complesse e potenzialmente discrezionali.

La mobilitazione della società civile e le posizioni degli ordini professionali

Attorno ai sei medici indagati si è stretto non solo l’establishment politico locale, ma anche una rete fitta di associazioni e sindacati. La Cgil era presente al flash mob organizzato davanti all’ospedale, un presidio che ha visto sfilare anche esponenti del Partito Democratico e di Alleanza Verdi e Sinistra, con quest’ultimi che hanno presentato interrogazioni parlamentari e regionali per fare luce sulle modalità della perquisizione e sulle sue ricadute sull’attività assistenziale del reparto -2-5. In piazza, qualcuno ha sventolato striscioni con slogan pesanti come “Cpr uguali ai lager”, e anche Emergency ha diffuso una nota in cui definisce i centri per il rimpatrio come “contesti intrinsecamente patogeni”, citando un policy brief dell’Organizzazione Mondiale della Sanità -6. Il messaggio dell’associazione fondata da Gino Strada è netto: sindacare una valutazione clinica con strumenti repressivi significa mettere in pericolo la democrazia stessa, trasformando la cura in un reato.

Parallelamente, la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (Simm) ha lanciato un appello pubblico, “La cura non è un reato”, che ha raccolto migliaia di firme online -5. Un appello rivolto agli Ordini dei medici e al Garante nazionale dei diritti dei detenuti, per difendere l’autonomia e la deontologia della professione. Il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici (Fnomceo), Filippo Anelli, ha risposto richiamando l’articolo 4 del codice deontologico, quello che impone al medico di tutelare la salute e la dignità della persona senza discriminazioni, aggiungendo che il controllo della sicurezza è compito delle forze dell’ordine, non di chi deve curare i pazienti -3. Un distinguo netto che prova a tracciare un confine invalicabile tra l’atto medico, che deve essere libero e indipendente, e le ragioni dell’ordine pubblico.

Numeri e protocolli: il cuore giuridico dell’indagine

Al centro dell’inchiesta della Procura di Ravenna, però, ci sono numeri e procedure che gli investigatori dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia, hanno iniziato a setacciare con lente d’ingrandimento. Sarebbe stata proprio un’analisi delle statistiche a insospettire gli inquirenti: tra maggio 2024 e gennaio 2026, su trentaquattro stranieri destinati ai Cpr e accompagnati all’ospedale di Ravenna per la visita propedeutica, ben dieci sono stati dichiarati non idonei -1. Una percentuale che, agli occhi degli investigatori, appare anomala e che ha fatto ipotizzare l’esistenza di una vera e propria rete di professionisti orientati ideologicamente a ostacolare i rimpatri. A questi dieci casi, si aggiungono altre dieci persone che si sono semplicemente opposte alla visita medica, sfruttando un’altra falla del sistema: senza il nulla osta sanitario, l’espulsione si arena e loro restano di fatto liberi di circolare, seppur denunciati per inottemperanza.

Il nodo, però, è tutto nella direttiva del Viminale del 2022, firmata dall’allora ministra Luciana Lamorgese, che regolamenta le procedure per la valutazione clinica. Il direttore generale dell’Ausl Romagna, Tiziano Carradori, ha subito garantito supporto legale ai suoi medici, ribadendo che hanno sempre agito nel rispetto di quel protocollo e che aveva anzi sollecitato la Regione a uniformare le procedure su tutto il territorio -1. Ma è proprio su quel protocollo, e sulla sua interpretazione, che si gioca la partita giudiziaria. La Procura, con il procuratore Daniele Barberini e la sostituta Angela Scorza, dovrà accertare se quei certificati di inidoneità fossero clinicamente fondati o se, invece, nascondessero una firma di comodo, magari supportata da moduli precompilati che alcune associazioni mettono a disposizione online per dichiarare a priori l’inidoneità di qualsiasi migrante al trattenimento, per prevenire un danno alla salute che, in un Cpr, sarebbe secondo loro inevitabile -3. Un contrasto di visioni, quello tra dovere di cura e rispetto della legge, che ora si trova davanti al giudice.

Description: L'inchiesta della Procura di Ravenna su sei medici accusati di falsi certificati per bloccare il trattenimento di migranti nei Cpr. Le reazioni politiche e le ipotesi investigative.

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