Dior alle Tuileries, la passerella sull’acqua e un nuovo manifesto per Jonathan Anderson
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Un pomeriggio parigino illuminato da un sole primaverile, quasi insolito per i primi di marzo, ha fatto da cornice alla sfilata Dior per l’autunno-inverno 2026-2027, e la scelta di Jonathan Anderson di portare il défilé all’aperto, sui celebri bacini ottagonali del Jardin des Tuileries, si è rivelata molto più di una semplice variazione logistica. La struttura, una sorta di serra di vetro costruita attorno allo specchio d’acqua costellato di ninfee artificiali, cancellava il confine tradizionale tra interno ed esterno, tra la passerella e la città, lasciando che i passanti diventassero, loro malgrado, comprimari di una scena modellata sull’idea della promenade. È proprio questo il concetto cardine della collezione, come lo stesso stilista nordirlandese ha avuto modo di spiegare nel backstage: si parte sempre da una formalità, dall’eleganza di chi si veste per uscire e per essere visto, per poi decostruirla e arrivare a una dimensione più informale, quasi domestica, che però non perde mai il contatto con la propria origine aristocratica.
La collezione, la quinta se si contano anche le incursioni nel maschile e nell'alta moda, ha mostrato un Anderson sempre più sicuro dei codici della maison, che maneggia con la disinvoltura di un archivista e la fantasia di un creativo che ha già rivoluzionato il guardaroba contemporaneo con la sua esperienza decennale a Loebwe. Le silhouette, spesso scultoree, giocano con i volumi: si vedono cardigan in maglia che si gonfiano in vitini di vespa, gonne a sbuffo in organza che sembrano nuvole e che ricordano quelle delle prime collezioni di Monsieur Dior, e poi ricami preziosissimi che compaiono persino sui jeans, in un contrasto voluto tra l'alta sartoria e la strada. Le giacche Bar, mito fondativo della casa, vengono rilette in una versione più lunga e destrutturata in tweed di Donegal, oppure accorciate e rese ancora più minimali, a dimostrazione di come un simbolo possa essere metabolizzato senza essere tradito.
Tra i fiori all’occhiello della presentazione, la scelta di posizionare il front row proprio a bordo vasca ha permesso agli ospiti di vivere un'esperienza immersiva, e la lista degli invitati, come sempre per Dior, era un piccolo campionario di star internazionali e nuove muse. Tra queste, ha attirato l'attenzione Beatrice Borromeo, ambasciatrice della maison dal 2021, che ha sfoggiato un look bicolor raffinato: una gonna lunga in raso blu notte abbinata a un pullover in trompe-l’œil, un gioco ottico che simulava un maglione annodato sulle spalle, fermato da un nodo in metallo dorato. Con lei, ai piedi un paio di mules aperte e al braccio la mitica Lady Dior, a suggellare un'eleganza che mescola la compostezza principesca a un’aria volutamente rilassata. Accanto a lei, una pattuglia di giovanissime figlie d'arte ha popolato le prime file: Deva Cassel, con una camicia a righe da ufficio e una gonna-pantalone nera, e Ever Anderson, in un coat dress sciancrato, hanno rappresentato la nuova generazione di icone Gen Z che la moda oggi celebra.
Lo stagno di Monet e l’anima doppia della collezione
Il riferimento alle Ninfee di Claude Monet non è un semplice omaggio floreale, ma una chiave di lettura più profonda che lega la storia dell'arte a quella della moda. Anderson non ha stampato fiori sui tessuti, ma ha cercato di restituire l'impressione dell'acqua e della luce, la morbidezza dei petali e il movimento riflesso della superficie dello stagno, lavorando sulla matericità dei tessuti e sulla costruzione delle forme. Le scarpe, ad esempio, presentavano ninfee tridimensionali all'altezza del collo del piede, e alcune borse erano modellate in forma di rana stilizzata, piccoli divertissement che alleggeriscono la solennità couture. La scelta del luogo, poi, non è affatto casuale: il Jardin des Tuileries, commissionato da Caterina de' Medici e ridisegnato da Luigi XIV, è da sempre un luogo di rappresentanza e di gerarchie sociali, e il museo dell'Orangerie, che custodisce proprio i capolavori di Monet, si affaccia sullo stesso bacino.
C’è poi un dettaglio storico che aggiunge uno strato ulteriore di significato a questa operazione estetica: le Ninfee vennero offerte dall’artista allo Stato francese l’11 novembre 1918, il giorno stesso dell’armistizio che poneva fine alla Prima guerra mondiale, come simbolo di pace. Un’eco lontana, certo, ma che in un momento storico complesso come quello attuale risuona con una certa potenza, sebbene la collezione non faccia alcuna dichiarazione politica esplicita. Piuttosto, Anderson sembra interessato a esplorare l’idea di un guardaroba che sia allo stesso tempo rifugio e rappresentazione, come dimostrano i cappotti pesanti da sera, indossati in modo volutamente sciatto, o i completi da ufficio che si aprono a sorpresa su sottogonne di tulle. La sartoria si fa liquida, le forme si ammorbidiscono, e persino i pantaloni della tuta, realizzati in seta martellata con bottoni da sposa, diventano un capo da cerimonia.
Le presenze in prima fila e la nuova geografia del glamour
Se la passerella raccontava una storia di sperimentazione e artigianato, il front row ne narrava un’altra, fatta di alleanze e di presenze che confermano il potere attrattivo della maison. Oltre ai nomi già citati, hanno sfilato tra il pubblico Anya Taylor-Joy, luminosa in un total look rosa polvere, Charlize Theron in nero, e la star dei Bridgerton Paul Anthony Kelly, volto noto della serie su John F. Kennedy Jr.. La coreana Jisoo, delle Blackpink, ha scelto un abito di pizzo nero che giocava con le trasparenze, confermando il legame fortissimo tra Dior e il mercato asiatico. Accanto a loro, attrici francesi come Laetitia Casta, in un trench doppiato in pelliccia, e Camille Cottin, amica di lunga data della maison, hanno portato quel tocco di pariginità sans effort che tanto affascina il pubblico internazionale.
L’eclettismo era la parola d’ordine anche tra i look maschili, con Macaulay Culkin, star di Mamma, ho ripreso l’aereo, che sfoggiava un maglione Dior con la copertina di un libro per bambini e le unghie dipinte di nero e bianco, a dimostrazione di come i confini di genere nella moda siano ormai definitivamente caduti. È in questa mescolanza di registri che la visione di Jonathan Anderson per Dior sembra trovare la sua quadra: non più il singolo look iconico a cui si è aggrappata la maison per decenni, ma una hand, una mano capace di rendere riconoscibile un capo dalla sua stessa costruzione, dal suo peso, dal suo modo di cadere sul. Un progetto ambizioso che, collezione dopo collezione, sta pian piano prendendo forma sotto gli occhi di una città che, come Parigi, di formalità e informalità ne ha sempre fatto una ragione di stile.




