Beatrice Borromeo, quel tocco di classe che non passa mai di moda alla sfilata di Dior
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non c’è manifestazione, nel calendario dell’alta moda, che sappia coniugare il rigore sartoriale con la spettacolarizzazione del sé quanto la Paris Fashion Week, e la tappa dedicata alle collezioni autunno-inverno 2026-2027 ne ha dato l’ennesima riprova. Nel cuore pulsante della capitale francese, e più precisamente allo storico Jardin des Tuileries, la maison Dior ha messo in scena l’ultima fatica creativa di Jonathan Anderson, un direttore artistico che, da quando ha messo piede nella prestigiosa casa, non smette di esplorare le contraddizioni tra l’eredità del fondatore e un'estetica contemporanea spesso sospesa tra citazionismo colto e innovazione. E tra il pubblico, un microcosmo di celebrità e addetti ai lavori raccolti sotto le verriere allestite per l’occasione a protezione delle prime file, a catalizzare l’attenzione dei flash è stata immancabilmente lei, Beatrice Borromeo, apparsa con quella disinvoltura che solo chi è abituato ai riflettori sa trasformare in un'arma di seduzione discreta ma efficacissima.
La moglie di Pierre Casiraghi, giornalista per formazione e principessa per destino anagrafico, ha sfoggiato un look che è tutto un programma: una lunga gonna in satin, dal cadere morbido e luminoso, abbinata a un maglia dal raffinato effetto trompe-l'œil, giocata su stratificazioni fittizie che simulavano un secondo capo annodato sulle spalle. Un’eleganza, la sua, che non ha bisogno di urlare, che si sottrae alla dittatura dell’eccesso per puntare tutto su una silhouette pulita, dove la qualità dei materiali e la perfezione del taglio fanno il novanta per cento del lavoro. Del resto, il suo ruolo di ambasciatrice per la maison non è un Titolo formale, ma sembra piuttosto il riconoscimento di un’affinità elettiva con quello stile parigino fatto di nonchalance e rigore, un equilibrio che pochi interpreti sanno restituire con altrettanta naturalezza.
La giornata parigina, che aveva preso il via con la sfilata di Dior per poi proseguire con altri appuntamenti clou del calendario, ha visto sfilare sulle passerelle allestite sul bacino ottagonale una collezione che Anderson ha voluto intrisa di riferimenti colti. L’ispirazione, come hanno raccontato le note diffuse in sala, affondava le radici nelle rigide regole del habit décent del Seicento, quel codice di abbigliamento che imponeva un vestito consono al proprio rango sociale per potersi mostrare in pubblico, trasformando una semplice passeggiata in una dichiarazione di status. Così, tra ninfee fluttuanti che galleggiavano sull’acqua - un probabile omaggio ai capolavori impressionisti di Monet custoditi all’Orangerie poco distante - e giacche Bar rivisitate in chiave contemporanea, lo stilista ha costruito un racconto visivo che parlava di privilegio, di bellezza come bolla protetta lontana dalle inquietudini del mondo.




