La tassa italiana da due euro sui pacchi extra Ue e l’incognita del dazio europeo in arrivo a luglio
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Redazione Economia
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L’introduzione del contributo di due euro per le spedizioni extracomunitarie di valore inferiore ai centocinquanta euro, voluto dal governo con l’ultima legge di Bilancio per coprire le spese amministrative doganali, si è scontrata quasi immediatamente con una serie di ostacoli operativi e giuridici che ne stanno ridisegnando la portata -2. Entrata formalmente in vigore lo scorso gennaio, la misura, che qualcuno aveva frettolosamente etichettato come una piccola rivoluzione nel commercio elettronico, ha subito un primo slittamento tecnico: l’Agenzia delle Dogane, con una circolare datata 7 gennaio, ha concesso un periodo transitorio valido fino al 15 marzo 2026 per consentire l’adeguamento dei propri sistemi informatici e di quelli degli operatori logistici, senza applicare sanzioni per eventuali ritardi nei pagamenti -2-7. Questa fase di rodaggio, tuttavia, ha già messo in luce crepe profonde nel meccanismo, rivelando come i grandi player dell’e-commerce, in particolare quelli asiatici, abbiano prontamente attivato strategie di elusione che rischiano di vanificare gli sforzi del fisco italiano -4.
Il dato più eclatante, emerso a poche settimane dall’avvio della finestra tecnica, riguarda il crollo dei volumi di pacchi dichiarati in ingresso diretto in Italia. Nei primi venti giorni di gennaio, il numero di queste spedizioni è diminuito del trentasei per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con l’aeroporto di Malpensa che ha registrato una perdita di oltre trenta voli cargo -4. Un tracollo che non corrisponde a una improvvisa flessione della domanda di abbigliamento low cost o di piccola elettronica, ma che racconta piuttosto di un cambiamento nelle rotte logistiche. Le merci, invece di atterrare negli scali italiani, vengono ora sdoganate in altri paesi dell’Unione, come Belgio, Germania o Ungheria, dove il contributo di due euro non è previsto; una volta entrate nel mercato unico, viaggiano su gomma verso l’Italia come semplici spedizioni intracomunitarie, aggirando di fatto il prelievo nazionale senza violare alcuna norma comunitaria -4-9. Un fenomeno, questo del re-routing doganale, che sta spostando il traffico e arricchendo gli hub logistici del Nord Europa a scapito di quelli italiani, con conseguenze economiche immediate per il settore dei corrieri e delle spedizioni -9.
Il nodo della compatibilità con il diritto unionale e la doppia imposizione
A complicare ulteriormente il quadro, già reso instabile dalle manovre elusive dei giganti dell’e-commerce, si aggiungono ora serie perplessità sulla legittimità stessa del contributo italiano sollevate da Assonime. In una circolare diffusa a metà febbraio, l’associazione ha chiesto al governo di modificare o addirittura abrogare la tassa, segnalando un duplice ordine di problemi -3. Il primo riguarda la natura del prelievo: sebbene l’Agenzia delle Dogane lo abbia qualificato come un onere amministrativo ai sensi dell’articolo 52 del Codice doganale dell’Unione, e non come un dazio, la Corte di Giustizia europea ha sempre interpretato in senso molto ampio il divieto di introdurre tasse a effetto equivalente, includendovi qualsiasi onere pecuniario imposto unilateralmente sulle merci al momento del loro ingresso. Il fatto che il contributo sia generalizzato e non legato a un controllo specifico e concreto, come invece la norma europea sembrerebbe richiedere, lo espone al rischio concreto di essere dichiarato incompatibile con i principi dell’unione doganale -3.
Il secondo aspetto, forse ancora più spinoso, è di natura temporale e politica. Il Consiglio dell’Unione Europea ha infatti ratificato un accordo che a partire dal 1° luglio 2026 introdurrà un dazio doganale fisso di tre euro per le medesime tipologie di piccoli pacchi provenienti da paesi extra-Ue, colmando un vuoto normativo che durava da anni e che favoriva una concorrenza ritenuta sleale da molti operatori continentali -1-6. Il nuovo prelievo unionale, che si applicherà a ogni singola categoria merceologica contenuta nella spedizione, nasce con l’obiettivo dichiarato di proteggere il mercato interno, ridurre le frodi e arginare lo strapotere di colossi come Temu, Shein e AliExpress -6. La sovrapposizione tra la tessa italiana, voluta in solitaria, e quella europea, che entrerà in vigore tra soli cinque mesi, appare ora sotto gli occhi di tutti: l’Italia rischia di aver bruciato le tappe per ritrovarsi con una misura aggirata, contestata e che, a luglio, si troverebbe a convivere con un dazio comunitario, creando una duplicazione di prelievi difficile da giustificare e da gestire -3.
Le reazioni del settore logistico e le incertezze del quadro normativo
Nel frattempo, il governo starebbe valutando la possibilità di un ulteriore rinvio o di una modifica sostanziale del provvedimento, anche se un emendamento in tal senso presentato al decreto Milleproroghe è stato eliminato in fase di conversione. Fonti di maggioranza, riportate da alcune agenzie, non escludono interventi attraverso altri strumenti legislativi, proprio alla luce delle difficoltà applicative e della necessità di un coordinamento con la prossima disciplina europea -3. Una situazione di stallo che getta nell’incertezza gli operatori della logistica, già alle prese con il calo dei volumi e con l’onere di dover riorganizzare flussi e piattaforme informatiche per un balzello che potrebbe essere superato o dichiarato nullo prima ancora di diventare pienamente operativo -4. L’assenza di una linea chiara e condivisa a livello europeo aveva fatto da apripista all’iniziativa italiana, ma ora che Bruxelles ha deciso di intervenire con una propria tariffa, il contributo nazionale rischia di diventare non solo inutile, ma anche controproducente, aggravando il costo finale per il consumatore senza però riuscire a intercettare la maggior parte dei flussi, che continuano a entrare dalla porta secondaria del Nord Europa -9-10.




