Iran, Trump prolunga la tregua ma il Pentagono chiede 200 miliardi: il paradosso di una guerra che non vuole finire

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A quattro settimane dall’inizio ufficiale delle ostilità – quelle che hanno visto gli Stati Uniti e Israele coordinare i primi attacchi definiti “Operazione Epic Fury” – la posizione dell’amministrazione Trump appare segnata da una contraddizione strutturale. Da un lato, il presidente, pressato da una base elettorale che guarda con crescente preoccupazione all’impennata del prezzo del petrolio e alle ripercussioni sui mercati, annuncia a colpi di post su Truth Social la volontà di chiudere rapidamente il fronte; dall’altro, la macchina bellica americana continua a carburare a ritmi sostenuti.

Il segnale più evidente di questa dicotomia arriva dalla decisione, comunicata direttamente dal tycoon, di estendere di ulteriori dieci giorni la sospensione dei raid contro gli impianti energetici iraniani. La nuova scadenza, fissata per lunedì 6 aprile alle ore 20:00 (ora di Washington), è stata presentata come una concessione a Teheran, con Trump che ha definito i negoziati “molto buoni” nonostante le smentite ufficiali della Repubblica Islamica sulla reale volontà di trattare sotto la minaccia delle bombe. Ma se il braccio armato sembra trattenere il colpo sul fronte energetico, il Pentagono sta nel frattempo chiedendo al Congresso uno stanziamento da 200 miliardi di dollari. Si tratta, per gli analisti, di una cifra incompatibile con l’idea di un rapido disimpegno: è la cifra tipica di un conflitto di logoramento, non di un blitz chirurgico. A confermare questa tendenza, il Dipartimento della Difesa starebbe inoltre valutando il dispiegamento di ulteriori diecimila soldati in Medio Oriente, un contingente che si aggiungerebbe alla “armada” guidata dalla portaerei USS Abraham Lincoln già posizionata nelle acque del Golfo Persico.

La guerra parallela per Hormuz e la diplomazia in Pakistan

Mentre Trump prolunga i tempi per le centrali elettriche, il conflitto si riaccende su un altro fronte strategico: lo Stretto di Hormuz. L’Iran, forte del controllo de facto del passaggio attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, continua a bloccare il traffico navale alle potenze avversarie. Per contro, gli Stati Uniti stanno cercando di costruire una coalizione navale internazionale per forzare la riapertura della rotta. Gli Emirati Arabi Uniti, che hanno subito più attacchi da parte di Teheran rispetto a qualsiasi altro Paese della regione, hanno già dato la loro disponibilità a partecipare a una “Hormuz Security Force”, lavorando insieme al Bahrein su una bozza di risoluzione da presentare al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

La Francia, dal canto suo, ha riferito di aver avviato contatti con circa 35 nazioni per discutere di una missione dedicata, chiarendo però che un intervento concreto potrà concretizzarsi solo dopo la cessazione delle ostilità attuali. In parallelo, si muove la diplomazia per evitare che lo stallo militare si trasformi in un collasso totale. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha rivelato che sono in corso preparativi per un incontro diretto tra Stati Uniti e Iran, che dovrebbe tenersi a breve in Pakistan. Fonti diplomatiche confermano che Islamabad ospiterà un vertice tra i ministri degli Esteri di Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto proprio per discutere di una de-escalation, mentre l’inviato speciale americano Steve Witkoff si è detto “fiducioso” che i colloqui possano iniziare entro la settimana.

Le operazioni militari e le accuse incrociate

Dietro la facciata dei negoziati, però, le operazioni militari non accennano a fermarsi. Lo Stato ebraico ha rivendicato nelle ultime ore raid estesi su Teheran, colpendo quelle definite come “infrastrutture centrali” per la produzione di missili navali e mine, con l’obiettivo dichiarato di indebolire le capacità produttive delle forze navali iraniane. Israele, secondo quanto riportano i media locali, starebbe inoltre spingendo affinché l’amministrazione Trump valuti l’ipotesi di un’operazione di terra contro il delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Pasdaran), un’opzione che finora Trump ha cercato di accantonare per non inimicarsi del tutto l’elettorato repubblicano, che secondo i sondaggi rimane tiepido sull’idea di inviare truppe di terra.

L’Iran, dal canto suo, ha risposto con una retorica altrettanto dura e con azioni concrete. Il ministero degli Esteri, Abbas Araghchi, ha denunciato la chiara intenzione di Usa e Israele di commettere “genocidio”, mentre i vertici militari hanno avvertito che gli hotel nella regione – specialmente negli Emirati e in Bahrein – che ospitano personale militare americano saranno considerati obiettivi legittimi. Sul piano delle infrastrutture critiche, un attacco con droni ha recentemente colpito il principale porto commerciale del Kuwait, Shuwaikh, mentre l’Arabia Saudita ha dichiarato di aver intercettato droni ostili nello spazio aereo di Riyadh.

Il paradosso del cessate il fuoco e la proroga di Trump

La strategia del presidente americano si fonda su un doppio binario che rischia di logorare la credibilità della Casa Bianca. Da un lato, Trump si vanta sui social di “aver distrutto militarmente” l’Iran, dichiarando di avere “eliminato il 100% delle capacità militari” e sostenendo che Teheran “implora” un accordo. Dall’altro, la richiesta di estendere la tregua sugli impianti energetici è partita proprio dal governo iraniano, un dettaglio che suggerisce come sia Teheran a gestire i tempi della pausa umanitaria. Il fatto che Trump abbia accolto la richiesta – prorogando un termine che era già stato posticipato una volta – evidenzia la difficoltà americana di imporre unilateralmente il ritmo della guerra. Il ministro tedesco Wadephul ha ammesso che condurre negoziati in condizioni di guerra è estremamente complesso, specialmente per quanto riguarda la comunicazione e il coordinamento logistico.

Sul fronte interno, la pressione rimane alta. L’aumento del prezzo della benzina di quasi un dollaro al gallone dalla scorsa settimana sta iniziando a preoccupare le famiglie americane, e Trump ha dovuto ammettere che la guerra sta causando “un colpo a breve termine” all’economia, pur confidando in un rimbalzo futuro. La scelta di prolungare la sospensione dei bombardamenti sulle centrali elettriche sembra quindi un tentativo di guadagnare tempo, un respiro prezioso per evitare che le tensioni sul mercato energetico alimentino ulteriormente l’inflazione e la pressione politica.

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