Il paradosso di Antonelli: vittoria a Shanghai, ma è Russell il maestro delle nuove ibride
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Redazione Sport
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C’è una singolarità, nei numeri che la Formula 1 ci ha restituito domenica a Shanghai, che merita di essere raccontata al di là della cronaca di una domenica trionfale. Andrea Kimi Antonelli ha vinto il Gran Premio di Cina, ha riportato un italiano sul gradino più alto del podio a vent’anni dall’impresa di Giancarlo Fisichella in Malesia, ha persino strappato la pole position al suo più quotato compagno di squadra. Eppure, scrutando le pieghe dei tempi e le analisi dei diretti protagonisti, emerge una verità tecnica che ridimensiona la gerarchia interna alla Mercedes: se il rookie bolognese ha portato a casa la prima gioia in carriera, è ancora George Russell, e di riflesso la sua capacità di adattamento, l’interprete più puro di questo nuovo corso tecnico.
Il paradosso si coglie bene nelle parole che Toto Wolff ha rilasciato al termine delle qualifiche, quando il divario tra i due alfieri delle Frecce d’Argento era stato di quasi tre decimi. Il team principal austriaco ha spiegato come la gestione delle power unit 2026 – quelle che impongono un utilizzo mai interrotto della finestra ottimale di erogazione, pena il decadimento prestazionale sull’intero giro – premi un tocco quasi maniacale. Russell, in questo avvio di campionato, sta dimostrando di avere una sensibilità superiore nel dosare il piede destro per non sprecare l’energia elettrica, riuscendo a cucire addosso alla monoposto una percorrenza che Antonelli, per ora, deve ancora limare.
Il dato è emerso in modo chiaro al termine della Sprint Shootout: il giro di Russell era costruito su una progressione più armonica, mentre quello del diciannovenne italiano, nonostante una velocità di punta talvolta superiore, sconta una “scrappiness” – l’hanno definita gli ingegneri – che lo porta a perdere micro-decimi nei tratti guidati, quelli dove la rigenerazione della batteria gioca un ruolo fondamentale per la spinta successiva. È un paradosso solo apparente, questo, perché se è vero che in gara Antonelli ha gestito con maturità sorprendente il ritorno di Russell, è altrettanto vero che il britannico resta saldamente in testa al mondiale con 51 punti contro i 47 dell’italiano, a dimostrazione di una continuità di rendimento che al momento non conosce cali.
La domenica di Shanghai, però, ha parlato un’altra lingua, quella delle emozioni e della storia. Perché se Russell è il prototipo del pilota da ingegneria fine, Antonelli ha mostrato quella scintilla istintiva che gli ha permesso di riprendersi la testa della corsa da Lewis Hamilton già al secondo giro, dopo essere scattato male. La sua vittoria è stata una cavalcata autoritaria, impreziosita dal primo podio in rosso di Hamilton e dal quarto posto di Charles Leclerc, in una domenica che ha visto il doppio e clamoroso ritiro della McLaren ancor prima del via.
Poi c’è il controcanto umano, fatto di ritorni a casa e di abbracci in aeroporto. Antonelli è rientrato a Bologna tra l’affetto della famiglia, con la mamma Veronica che ha confessato di aver preparato la gramigna al ragù – non le classiche tagliatelle, e la precisazione ha il sapore della battuta domestica – per accogliere il campione. Mentre il pilota correva in Cina, la sorella Maggie era impegnata in una gara di ginnastica ritmica, e il papà Marco, ex pilota, era invece nel box a vivere quel momento da dentro. D’altronde il legame con le origini è sempre stato il contrappeso alla disciplina del motorsport, come quando Antonelli stesso ha ricordato l’infanzia e i primi approcci furtivi al paddock di Hockenheim, nascosto in un carrello di pneumatici.




