La ex Popolare di Bari, i vecchi azionisti in piazza e le nuove manifestazioni d’interesse per la vendita

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Sono tornati a scendere in piazza, i soci della dissolta Banca Popolare di Bari, sette anni dopo il crac che ne ha segnato il destino e proprio nei giorni in cui l’istituto di credito – rinato sotto le mentite spoglie di Banca del Mezzogiorno – sembra essere tornato improvvisamente di moda per i grandi gruppi bancari nazionali. Il presidio, organizzato sotto la sede di corso Cavour, ha coinciso con lo svolgimento dell’assemblea di bilancio, convocata però in modalità remota: un particolare, quest’ultimo, che ha ulteriormente inasprito il senso di esclusione provato da chi, avendo versato risparmi in azioni poi azzerate, si sente estromesso dalle decisioni che riguardano il futuro di quella che fu la loro banca. A distanza di anni dal commissariamento e dal salvataggio costato oltre un miliardo e mezzo di euro, la protesta degli ex azionisti non si limita alla richiesta di un ristoro economico – una battaglia portata avanti a livello parlamentare con emendamenti ad hoc – ma chiede anche, e forse soprattutto, di essere coinvolta nelle trattative in corso per la cessione del pacchetto di controllo.

Le carte in tavola per il risiko bancario nel mezzogiorno

Mentre i risparmiatori manifestavano all’esterno, all’interno delle stanze della finanza si consumava un altro pezzo della vicenda: Mediocredito Centrale (Mcc), l’attuale azionista di riferimento che detiene il 99,7% di Banca del Mezzogiorno, ha ufficialmente confermato di aver ricevuto «alcune manifestazioni di interesse» per l’acquisto della quota, dando il via a un processo competitivo che dovrebbe concludersi entro l’anno. L’istituto, controllato da Invitalia e quindi dal ministero dell’Economia, ha subito messo dei paletti chiari a chiunque voglia fare un’offerta: la cessione dovrà garantire la tutela dei dipendenti e la crescita dell’istituto sul territorio, due condizioni che i candidati acquirenti non potranno sottovalutare se vorranno avere qualche chance di successo. Tra i nomi circolati nelle ultime ore – sebbene Mcc si sia guardata bene dal fare nomi ufficiali – spiccano quelli di Credem, l’istituto di Reggio Emilia della famiglia Maramotti, e di Iccrea, il capogruppo che coordina oltre cento banche di credito cooperativo. Una precisazione, però, è d’obbligo riguardo all’interesse di Iccrea: secondo le fonti finanziarie, quest’ultima non sarebbe interessata all’intero perimetro di BdM Banca, ma esclusivamente alle sue filiali, che contano 207 sportelli distribuiti prevalentemente tra Puglia, Abruzzo e Basilicata.

Il ritorno alla redditività dopo la gestione Jacobini

L’interesse suscitato dai vari Credem, Iccrea e dallo stesso Crédit Agricole – che secondo alcune anticipazioni potrebbe presentare una terza manifestazione di interesse – trova una sua ragione nei numeri dell’ultimo bilancio. L’istituto barese, risanato sotto la cura dell’amministratore delegato Cristiano Carrus, ha infatti chiuso l’esercizio con un utile di 31,8 milioni di euro, una cifra che supera i livelli di redditività raggiunti ai tempi della vecchia gestione popolare. Questo risultato, per Mcc, è la prova che il lungo lavoro di risanamento – iniziato con il salvataggio gestito da Invitalia e con il contributo decisivo del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) – ha riportato la barca in acque sicure, rendendola appetibile per chi cerca una scalata nel mercato del Sud. Un risultato che stride nettamente con la situazione lasciata in eredità dalla famiglia Jacobini, la cui gestione – come emerso durante la requisitoria del processo in corso – è stata paragonata a quella di una masseria più che di un istituto di credito, con bilanci falsificati in maniera costante almeno dal 2014 per mascherare un default ormai irreversibile.

I conti in tribunale e l’ombra delle ispezioni

A rendere ancora più complesso il quadro, mentre si discute di compratori e vendite, proseguono a ritmo serrato i processi penali nei confronti degli ex vertici. Nel corso dell’ultima udienza, il procuratore Roberto Rossi ha tenuto una requisitoria durissima, descrivendo un sistema in cui gli azionisti – circa 70mila – sono stati indotti con l’inganno a sottoscrivere aumenti di capitale sulla base di slide fasulle e piani industriali truccati. «Hanno pagato con la loro carne e il loro sangue», ha tuonato il procuratore, riferendo che la situazione finanziaria occultata è costata ai risparmiatori e all’Erario una cifra vicina al miliardo e 144 milioni di euro. Un aspetto inquietante emerso dalle indagini, e che riguarda da vicino l’operato della vigilanza, è il fatto che Banca d’Italia avesse già segnalato pesanti criticità nell’assetto di governo della Popolare addirittura nel 2010, rilevando l’inadeguatezza del consiglio e la debolezza dei controlli interni. Nonostante questi campanelli d’allarme, e nonostante vi fosse già stato un provvedimento che imponeva il divieto di acquisire altre banche, il tracollo è stato solo rinviato, consumandosi definitivamente quando ormai il buco era diventato insanabile. Un’inchiesta per corruzione nei confronti di Marco Jacobini è stata archiviata, ma il procuratore Rossi ha sottolineato come emerda comunque «l’inattendibilità dell’azione di Bankitalia» nel monitorare la situazione.

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