Nexi promette 1,1 miliardi di dividendi ma crolla in Borsa: il Titolo ai minimi storici
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La strategia di remunerazione degli azionisti, che qualcuno potrebbe definire generosa, non ha evidentemente incontrato il favore del mercato. Nexi, il gruppo italiano attivo nei servizi di pagamento digitali, ha comunicato ieri l’intenzione di distribuire cedole per un totale di 1,1 miliardi di euro nell’arco del prossimo triennio, una cifra che arriva dopo un 2025 chiuso con ricavi in crescita a 3,59 miliardi e un aumento della redditività operativa. Eppure, la reazione degli investitori non è stata quella sperata. Nella seduta del 5 marzo il titolo ha subito un crollo verticale, perdendo in apertura oltre il venti per cento del proprio valore e toccando un minimo storico a 2,643 euro, salvo poi risalire leggermente attestandosi poco sotto i 2,8 euro con un rosso di quasi il diciannove per cento.
La scelta del dividendo al posto del buyback
Alla base dell’annuncio, presentato nel corso del Capital Markets Day, c’è la volontà da parte dell’amministratore delegato Paolo Bertoluzzo di offrire agli azionisti un segnale di continuità e stabilità. «Lo abbiamo preferito al buyback perché vogliamo dare un messaggio di continuità agli investitori», ha spiegato il manager, motivando la decisione di non replicare il programma di riacquisto di azioni proprie da trecento milioni concluso nel 2025. Per l’esercizio in corso, il 2026, la società propone un dividendo di 0,30 euro per azione, corrispondente a un monte complessivo di circa 350 milioni, con un incremento del venti per cento rispetto alla cedola precedente e un rendimento lordo intorno al nove per cento. L’impegno, stando al piano industriale, è quello di mantenere questo livello di remunerazione anche per i due bilanci successivi, con una crescita annuale minima del cinque per cento. Una promessa di flussi di cassa certi, insomma, che si inserisce in una previsione di generazione di excess cash per 2,4 miliardi complessivi nel periodo 2026.
Le delusioni del mercato e la svalutazione dell’avviamento
Se i numeri sulla distribuzione degli utili sono chiari, a spaventare gli operatori sono stati altri fattori, forse meno evidenti a uno sguardo superficiale. I target di crescita contenuti nel nuovo piano strategico sono apparsi inferiori alle attese degli analisti, con una previsione di aumento dei ricavi a tassi medio-singoli solo nel 2028, mentre per l’anno in corso ci si aspetta una sostanziale stabilità rispetto al 2025. A questo si aggiunge un elemento di natura prettamente contabile, ma dall’effetto psicologico notevole: il bilancio 2025 ha registrato una svalutazione non cash dell’avviamento per circa 3,7 miliardi di euro, una rettifica che non intacca la generazione di cassa ma che ha prodotto una perdita netta reported di 3,38 miliardi. Il mercato, com’è noto, non ama le sorprese, e un impairment di questa portata, per quanto tecnico e privo di effetti monetari immediati, finisce per minare la fiducia. Il tutto mentre il debito, seppur in riduzione a 4,94 miliardi con un rapporto PfN/Ebitda sceso a 2,6 volte, rimane un fardello consistente da gestire.
Volumi di scambio elevati e confronto con i competitor
La reazione delle Borse è stata violenta anche sul fronte dei volumi: attorno a metà giornata erano già passate di mano circa settantaquattro milioni di azioni, un numero elevatissimo che testimonia la fuga degli investitori istituzionali e dei piccoli risparmiatori. Il settore dei pagamenti digitali, peraltro, sta vivendo una fase di crescente competizione, con nuovi operatori tecnologici in grado di offrire servizi a costi ridotti e di comprimere i margini degli incumbent come Nexi. Gli analisti interpellati da Bloomberg e da altre agenzie sottolineano come le attuali difficoltà, legate al rinnovo di alcuni contratti bancari a condizioni meno favorevoli e alla concorrenza sui prezzi, potrebbero prolungarsi più del previsto. La scelta di puntare tutto sul dividendo, in questo quadro, viene letta da molti come un tentativo di tenere legati gli azionisti in attesa di una ripresa della crescita, ripresa che però non si vedrà prima del 2028. Un orizzonte forse troppo lontano per un mercato che guarda al presente e che, almeno per il momento, ha punito senza appello la società guidata da Bertoluzzo.




