AstiOltre sulla vendita dei titoli della banca: "Non dimentichiamo i piccoli azionisti"
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Redazione Economia
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Mentre il dibattito sulla possibile cessione della Banca di Asti si infiamma, l’associazione AstiOltre riporta l’attenzione su una componente spesso silenziosa ma numericamente significativa: i ventiduemila piccoli risparmiatori che, pur costituendo l’azionariato di maggioranza relativa, sopporterebbero, loro malgrado, le conseguenze di una transazione. Questi investitori, che di fatto “non contano nulla” nelle decisioni cruciali, hanno già visto il valore del proprio investimento ridursi di quasi la metà, un calo che si attesta intorno al quarantotto per cento, e si trovano ora a osservare le trattative con apprensione, temendo di subire ulteriori contraccolpi. Le loro sorti, come sottolinea l’associazione, rischiano di essere schiacciate dagli interessi dei grandi gruppi bancari e dalla dialettica interna alla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, la quale detiene una quota del trentuno virgola otto per cento e rappresenta l’azionista di riferimento.
Le ore concitate in Fondazione e la smentita dello scontro
Proprio all’interno della Fondazione CrAsti, stando a quanto riferito da fonti locali, si sarebbero vissute ore di serrato confronto durante la riunione del consiglio di amministrazione. Il presidente Livio Negro, in quell’occasione, avrebbe avanzato la proposta di approfondire i contatti con gli istituti finanziari che hanno manifestato un concreto interesse per l’acquisizione, tra i quali spiccano Banco Bpm – già socio con una partecipazione del nove virgola nove per cento – e Credem, mentre Unicredit manterrebbe un profilo più defilato. Nonostante le voci di un acceso dibattito tra i membri del cda, la Fondazione ha prontamente smentito l’esistenza di uno scontro interno, sebbene, di fatto, l’intero processo di vendita risulti al momento congelato, in attesa di sviluppi che possano chiarire la direzione che si intende prendere.
La posizione di Berzano: il rischio di perdere il controllo
Una visione critica verso l’ipotesi di cessione è stata espressa con forza da Renato Berzano, il quale ha messo in guardia dalle conseguenze di un’eventuale integrazione in un grande gruppo bancario. “Chi parla di valore della banca nell’interesse degli azionisti”, ha affermato Berzano, “dimentica che una qualunque operazione che portasse a entrare in un grande gruppo significherebbe perdere il controllo della gestione”. Secondo la sua analisi, questa perdita di autonomia condurrebbe inevitabilmente a una spirale di licenziamenti, misure che sarebbero finalizzate esclusivamente a realizzare gli utili che alcuni commentatori, negli ultimi giorni, hanno auspicato per la Fondazione, trascurando gli impatti sociali e occupazionali sul territorio.
L’esperienza di Goria e la necessità dell’aggregazione
Sul versante opposto si colloca l’intervento di Marco Goria, il quale, richiamando la sua passata esperienza come consigliere della Fondazione Crt di Torino, si è detto stupito che “ci sia ancora qualcuno che dubiti sul fatto che sia necessaria un’aggregazione con altre banche”. Goria ha ricordato il dibattito molto simile che si svolse a Torino, quando la Fondazione Crt si trovò a dover decidere se cedere le proprie azioni di Banca Crt a Unicredit, un parallelismo che serve a evidenziare come le dinamiche in atto ad Asti non siano isolate e come la scelta dell’aggregazione sia spesso vista come un passaggio obbligato per garantire un futuro all’istituto di credito in un mercato sempre più competitivo.




