Fondo pensione o Tfr in azienda? Quanto rendono davvero i fondi, dati 2016-2025 alla mano

Fondo pensione o Tfr in azienda? Quanto rendono davvero i fondi, dati 2016-2025 alla mano
Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   A partire dal primo luglio, e salvo diverse disposizioni che potrebbero subentrare nel frattempo, il panorama della previdenza complementare in Italia cambia volto per i nuovi assunti. La legge, come noto, introduce un meccanismo di silenzio-assenso: il lavoratore che non esprima una volontà contraria entro i fatidici sessanta giorni dall'assunzione si ritroverà automaticamente iscritto al fondo pensione di categoria indicato dal contratto collettivo applicato dalla propria azienda.

Chi invece volesse tenersi il proprio trattamento di fine rapporto in azienda o, per i più piccoli, lasciarlo accantonato all'INPS, deve esplicitarlo.

Ma, al di là dell'aspetto burocratico, sorge il dubbio che assilla chiunque si trovi a compiere questa scelta: ne vale davvero la pena, dal punto di vista strettamente economico? Un'analisi dei rendimenti medi realizzati dai fondi pensione italiani nell'arco di tempo che va dal 2016 al 2025, recentemente riportata dal Corriere della Sera, prova a dare una risposta, e la fotografia che emerge è piuttosto variegata e, per alcuni versi, meno rassicurante di quanto ci si potrebbe aspettare.

I rendimenti: un decennio di alti e bassi

Il dato che balza all'occhio, scorrendo le performance dei comparti, è una marcata differenziazione tra le varie linee di investimento. I fondi più spregiudicati, quelli cioè che investono prevalentemente in azioni, hanno beneficiato della lunga corsa rialzista dei mercati azionari globali, mostrando picchi di rendimento annuo che in alcuni esercizi hanno superato abbondantemente il dieci per cento. Tuttavia, e qui sta il nocciolo della questione, a queste performance brillanti si sono alternate annate negative, come quella del 2022, che hanno eroso parte dei guadagni precedenti.

I comparti bilanciati, che mescolano azioni e obbligazioni in proporzioni variabili, hanno viaggiato su livelli intermedi, mentre i fondi garantiti o obbligazionari puri, pensati per chi non vuole correre rischi, hanno letteralmente faticato a stare al passo con l'inflazione, offrendo spesso rendimenti reali pari a zero o addirittura negativi se si considera l'effetto dell'erosione monetaria.

L'ago della bilancia fiscale e i chiarimenti INPS sul periodo intermedio

A rendere la scelta meno banale ci pensa però il regime fiscale, che rappresenta un vantaggio strutturale non indifferente per chi opta per il fondo pensione. La tassazione sui rendimenti maturati all'interno del fondo è infatti notevolmente più bassa rispetto a quella che grava su altri strumenti finanziari, e anche al momento del riscatto, ovvero quando si va in pensione, l'aliquota applicata è tanto più vantaggiosa quanto più lunghi sono stati gli anni di permanenza nel fondo, arrivando a toccare il minimo del nove per cento contro la tassazione ordinaria del Tfr trattenuto in azienda.

Su questo sfondo, l'INPS è intervenuto con il messaggio numero 2325 del dieci luglio 2026 per dirimere un aspetto operativo che aveva creato non poche incertezze tra i consulenti del lavoro: la sorte delle quote di Tfr maturate nei sessanta giorni che intercorrono tra l'assunzione e la scelta definitiva del lavoratore.

L'Istituto ha chiarito che tali somme, in attesa che il neoassunto si esprima, dovranno essere versate al fondo di tesoreria, salvo poi essere trasferite al fondo pensione scelto dal lavoratore o restare all'INPS stesso nel caso in cui il dipendente opti per il mantenimento del Tfr in azienda.

La proroga per i versamenti al Fondo Tesoreria

A complicare ulteriormente il quadro, seppur in una direzione che è stata accolta con favore dagli uffici paghe, è arrivato il decreto Lavoro 2026, il D.L. numero 62 convertito nella legge 112 del 2026, che ha concesso una dilatazione dei termini per i versamenti al cosiddetto Fondo Tesoreria INPS.

Per i nuovi soggetti obbligati, cioè quei datori di lavoro che fino a ieri non erano tenuti a effettuare questi versamenti, è stata prevista una finestra temporale più ampia per mettersi in regola, una misura che va a integrare le precedenti disposizioni contenute nella legge di Bilancio 2026 e nella circolare INPS numero dodici del medesimo anno.

Questo respiro, se da un lato allevia gli oneri amministrativi immediati per le imprese, dall'altro non fa che sottolineare la complessità di una riforma che, a conti fatti, lascia il lavoratore di fronte a un bivio dal quale potrebbero dipendere migliaia di euro di differenza sulla propria futura pensione.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.