Flotilla in Libia, i due attivisti italiani arrestati a Bengasi in attesa di espulsione
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Si è chiusa nella tarda serata di lunedì 25 maggio la fase più drammatica della vicenda che ha coinvolto il Global Sumud Land Convoy, il convoglio umanitario bloccato nei pressi di Sirte mentre tentava di raggiungere la Striscia di Gaza via terra.
I circa 250 attivisti che componevano il gruppo principale, dopo essere stati prelevati con la forza dall’accampamento da militari a volto coperto – un’operazione che alcuni testimoni hanno descritto come violenta, con l’uso di gas lacrimogeni per sgomberare una moschea dove si erano rifugiate alcune donne – sono stati trasferiti su pullman scortati fino a Misurata 12.
Da lì, secondo quanto riferito da fonti della Global Sumud Flotilla, gran parte di loro sarà rimpatriata nelle prossime ore, compresi i sette cittadini italiani ancora presenti, che dovrebbero rientrare già nella giornata di martedì 26 maggio con voli di linea 14.
Un’attivista italiana, Sara Suriani, ha raccontato di essere stata testimone di un accampamento messo letteralmente sottosopra: tende speronate, un ragazzo rimasto privo di sensi per un pugno alla testa (si ipotizza un trauma cranico) e donne strattonate o trascinate per i piedi fuori dal luogo di culto 1.
I dieci in avanscoperta, l’invito e la trappola
Una sorte diversa, e ben più complicata sotto il profilo giudiziario, è toccata invece alla delegazione ristretta che si era mossa in avanscoperta. Dieci attivisti, di nazionalità diverse tra cui figurano due italiani, avevano deciso volontariamente di oltrepassare la cosiddetta “no weapon zone” – la striscia di terra che separa la Libia occidentale da quella orientale – per avviare una trattativa diretta con le autorità della Cirenaica, il territorio fedele al generale Khalifa Haftar 2 5.
L’obiettivo era ottenere un lasciapassare per l’intero convoglio, forte del fatto che le stesse autorità orientali avevano in un primo momento invitato gli attivisti a presentarsi per discutere le condizioni del transito. Un’apertura, quella dei militari di Haftar, che si è però trasformata in una trappola: non appena il gruppo – composto da due italiani, due argentini, uno spagnolo, un polacco, uno statunitense, un uruguaiano, un portoghese e un tunisino – ha varcato il checkpoint consegnando i passaporti, i contatti si sono interrotti 1 6.
L’ultimo messaggio risale alle 15:22 (ora locale) del 24 maggio, quando uno dei delegati ha riferito che sarebbero stati trasferiti su tre furgoni bianchi 1.
Domenico Centrone e Dina Alberizia, il carcere e il processo
I due connazionali finiti in questo limbo giudiziario sono Domenico Centrone, un insegnante trentatreenne originario di Molfetta (in provincia di Bari), e Leonarda “Dina” Alberizia, un’insegnante in pensione di 67 anni residente ad Albugnano, nell’Astigiano, ma con origini foggiane 2 6.
Secondo le ricostruzioni fornite dalla Farnesina e dalle fonti legali dell’organizzazione, gli attivisti sono stati trasferiti a Bengasi, il principale centro del potere orientale libico, dove sono stati formalmente accusati di essere entrati illegalmente nel paese, più precisamente per mancanza del “permesso speciale di sicurezza” richiesto dalle autorità locali 2 8.
Una versione, questa, che lascia perplessa la portavoce della Flotilla, Maria Elena Delia, la quale ha fatto notare come sia paradossale parlare di “ingresso clandestino” quando le stesse autorità di Haftar avevano concesso il via libera verbale per avvicinarsi al valico. Al momento, i due italiani si troverebbero in attesa di comparire davanti a un giudice locale, che dovrebbe decidere sulle procedure di espulsione 2 7.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha definito la situazione libica “non semplice”, si è detto fiducioso che i due possano essere rispediti in Italia quanto prima: «Stiamo parlando con i nostri interlocutori a Bengasi – ha dichiarato – mi auguro che possano essere espulsi al più presto» 1 4.
La missione umanitaria, tra ambulanze e caravan bloccati
La spedizione, partita simbolicamente il 15 maggio scorso – giorno in cui i palestinesi ricordano la Nakba – aveva un carico ingente: sette ambulanze, venti case mobili, dieci camion carichi di aiuti umanitari e oltre duecento partecipanti provenienti da più di venticinque paesi diversi 6.
L’idea del Land Convoy, gemellato con la più celebre Flotilla navale che nei giorni scorsi aveva tentato di forzare il blocco israeliano via mare, era quella di aprire un corridoio terrestre che, attraversando il nord Africa (Mauritania, Algeria, Libia), arrivasse fino al valico egiziano di Rafah per poi entrare nella Striscia di Gaza 3. Un progetto ambizioso ma che si è scontrato con la realtà frammentata della Libia post-Gheddafi, dove il governo di unità nazionale di Tripoli (ovest) e il governo autoproclamato di Bengasi (est) vivono in una precaria tregua armata.
Per otto giorni, il convoglio è rimasto fermo in una zona neutrale a ridosso di Sirte, in attesa di un via libera che non arrivava mai. Alla fine, la scelta disperata della delegazione in avanscoperta ha scatenato la reazione militare, portando alla situazione attuale in cui, se da un lato la maggioranza degli attivisti è salva e in via di rimpatrio, dall’altro i dieci “negoziatori” restano in balia della burocrazia giudiziaria di Bengasi, in attesa di sapere se verranno processati o semplicemente espulsi come clandestini 4 9.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
