L’odissea dei fiorentini bloccati a Doha tra i cieli chiusi del Golfo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La quiete apparente di un soggiorno che doveva essere di piacere o di lavoro è stata infranta dal rombo lontano ma inequivocabile delle difese aeree e dalla successiva, gelida consapevolezza di non poter più fare ritorno a casa. Tra le migliaia di connazionali sorpresi dall’improvvisa escalation militare che ha seguito l’attacco all’Iran, ordinato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump insieme a Israele, ci sono anche due giovani fidanzati di Firenze, Claudia Gaeta e Lorenzo Santolini, la cui voce si unisce a quella di un coro sempre più vasto di italiani in attesa. Il loro viaggio, come quello di molti altri, si è interrotto a Doha, la capitale del Qatar, trasformatasi da hub di transito in una trappola dorata ma invalicabile, con lo spazio aereo regionale chiuso e migliaia di voli cancellati in un’area che si estende da Israele fino alla penisola arabica.

Il racconto da un albergo di Doha tra esplosioni e attesa

Non sono i soli, i due fiorentini, a vivere questa sospensione carica di tensione. Nella stessa città, in hotel trasformati in rifugi improvvisati, si trovano decine di altri italiani le cui storie si intrecciano in un unico, collettario appello. C’è Claudio Mencacci, psichiatra e direttore emerito del dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli Sacco di Milano, il cui volo di rientro dall’India è stato dirottato sabato mattina proprio su Doha, bloccandolo insieme ad altri connazionali. Lui stesso ha raccontato di aver udito distintamente delle esplosioni, un suono che ha trasformato la preoccupazione in uno stato di allerta concreto, costringendo tutti a rimanere chiusi in albergo mentre fuori le strade si svuotavano. In questo contesto di incertezza, lo psichiatra ha descritto come, all’interno del piccolo gruppo di italiani, ciascuno stia cercando di mettere a disposizione le proprie competenze per affrontare insieme i problemi pratici e la paura; lui, in particolare, ha scelto di fare ciò che la sua professione gli impone, ascoltando e parlando con le persone, gestendo un timore che, come ammette, è anche il suo.

L’apprensione dei vicentini e di chi era diretto in Italia

L’odissea si declina in molteplici forme a seconda delle circostanze personali. Tra i bloccati c’è Antonella Pellizzer, 55 anni, di San Zeno di Cassola, in provincia di Vicenza, la cui esperienza aggiunge un ulteriore tassello al mosaico della crisi. Di ritorno da Melbourne, dove era andata a trovare la figlia, aveva già completato la tratta verso Doha e si trovava a bordo dell’aereo diretto a Venezia quando, dopo circa due ore e mezza di volo, il pilota deve aver realizzato l’impossibilità di proseguire, invertendo la rotta e riportando tutti indietro. Un’altra testimonianza, quella di chi era ormai a poca distanza dalla meta e si è ritrovato risucchiato indietro, nel cuore della zona di conflitto, senza notizie certe dall’ambasciata e con la sola sensazione di essere lasciato solo. La Farnesina, attraverso il ministro Antonio Tajani, ha attivato una task force e invitato tutti i connazionali a non muoversi, a rimanere nelle proprie abitazioni o negli alberghi in attesa di sviluppi, mentre si contano circa 58 mila italiani presenti nell'intera regione, dai circa 22 mila degli Emirati Arabi ai 20 mila di Israele, fino ai 470 residenti in Iran.

I rumori sospetti e la vita sospesa in albergo

Anche chi non ha sentito esplosioni direttamente vive nella costante apprensione. Ci sono vicentini, come riferito dalle cronache locali, che lanciano appelli perché non sanno come tornare a casa. La loro giornata tipo è fatta di telefonate, di ricerca di aggiornamenti online e di quel silenzio carico di aspettativa che precede la ripresa dei voli, al momento totalmente incerta. Il governo qatariota ha imposto restrizioni severe, e in molti hotel è stato intimato agli ospiti di non sostare all’aperto e di abbandonare aree comuni come le piscine sui tetti, un tempo luogo di svago e ora potenziale bersaglio. La vita si è ritirata all’interno delle camere, dove si susseguono le chiamate con i parenti in Italia e gli aggiornamenti delle compagnie aeree, che per ora non possono far altro che confermare la cancellazione dei collegamenti.

La situazione, vissuta in presa diretta da decine di migliaia di persone, ha assunto i contorni di una crisi umanitaria su larga scala, seppur per ora senza vittime tra i civili italiani. Il ministro Tajani ha potuto confermare, con sollievo, che nessun connazionale è rimasto coinvolto negli attacchi. Ma per Claudia, Lorenzo, Antonella e tutti gli altri, la priorità resta una sola: capire quando e come potranno finalmente imbarcarsi su un aereo che li riporti in Italia, lontano dal fragore di una guerra che, loro malgrado, è diventata la colonna sonora delle loro giornate.

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