L’attacco israeliano a Doha e la frattura con i Paesi del Golfo
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Redazione Esteri
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L’operazione militare israeliana condotta a Doha, che ha causato la morte di diverse persone tra cui un agente di sicurezza qatarino, segna una potenziale cesura nei complessi rapporti diplomatici tra lo Stato ebraico e le monarchie del Golfo. Per circa un anno e mezzo, infatti, queste ultime avevano tollerato, seppur con imbarazzo crescente, l’unilateralismo bellico del governo di Tel Aviv seguito al massacro del 7 ottobre e alla conseguente cattura di ostaggi. Arabia Saudita ed emirati avevano anzi tratto, in una logica di realpolitik, alcuni vantaggi geopolitici dalle campagne israeliane contro gli alleati e i proxy iraniani disseminati nella regione, specialmente in Libano e in Siria.
Le modalità dell’attacco, peraltro, rivelano una pianificazione meticolosa. Agenti dello Shin Bet, il servizio segreto per l’estero, avrebbero monitorato per settimane i movimenti dei leader di Hamas in esilio, riuscendo a individuare con precisione luogo e momento di un loro incontro riservato nella capitale qatarina. Ciò nonostante, dopo l’uccisione a Teheran del capo politico Ismail Haniyeh nello scorso luglio, le misure di sicurezza attorno alla dirigenza palestinese erano state inasprite al massimo livello, il che rende l’azione ancor più significativa.
La reazione del Qatar non si è fatta attendere ed è stata durissima. Il primo ministro e ministro degli Esteri, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha bollato come “barbarico” l’operato del leader israeliano Benjamin Netanyahu, esprimendo le proprie condoglianze alle famiglie delle vittime. Un linguaggio che va ben oltre le consuete formule della diplomazia e che riflette un profondo risentimento per quello che è stato percepito come un tradimento inaccettabile, al punto che Doha ha sospeso il suo cruciale ruolo di mediatore per la tregua a Gaza




