Ombre sul raid israeliano a Doha e le sue conseguenze impreviste
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Redazione Esteri
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Mentre il Qatar ha celebrato i funerali di Stato per i sei morti nell’attacco – cinque membri di Hamas e un agente delle forze di sicurezza interno, Badr Saad Mohammed Al-Humaidi Al-Dosari –, in Israele il dibattito si concentra sulle zone d’ombra di un’operazione che, sebbene appaia come un successo tattico, solleva interrogativi strategici di non poco conto. La cerimonia, tenutasi nella moschea Imam Mohamed Bin Abdulwahab alla presenza dell’emiro Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani, ha simbolicamente unito le bandiere qatariota e palestinese, segnando un momentaneo riavvicinamento formale tra Doha e il gruppo palestinese dopo mesi di mediazioni complesse.
Proprio la natura del target e le conseguenze immediate dell’azione militare, tuttavia, alimentano le perplessità degli analisti. Come sottolineato da Amir Tibon in un’approfondita analisi per ‘Haaretz’, la domanda cruciale che molti si pongono è: “Chi è effettivamente morto nell’attacco in Qatar?”. Restano, a suo dire, “diversi dettagli poco chiari” che riguardano non solo l’identità precisa delle vittime ma anche la reale posta in gioco geopolitica. L’uccisione di un agente qatariota, in particolare, ha trasformato un’operazione contro Hamas in un incidente diplomatico di portata internazionale, fornendo a Doha un casus belli formale per una reazione che non si è fatta attendere.
Il ministro degli Esteri qatariota, Sultan bin Saad Al Muraikhi, ha infatti dichiarato, durante la riunione ministeriale fra Russia e paesi del Golfo a Sochi, che il suo paese “adotterà tutte le misure legali necessarie” in risposta a quello che ha definito un “attacco israeliano senza precedenti”. Ha inoltre aggiunto che le politiche di Israele “minacciano il collasso di tutte le vie di soluzione pacifica nella regione”, un’accusa grave che rischia di compromettere i delicati equilibri mediorientali e i fragili negoziati in corso.




