Borse asiatiche corrono, petrolio giù dopo le parole di Trump: “La guerra sta per finire”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non era mai accaduto, o almeno non con questa rapidità, che il prezzo del greggio registrasse un movimento così violento nell'arco di una seduta, un autentico tonfo, una frana che gli analisti di Bloomberg non hanno esitato a definire la più grande nelle ultime ventiquattr'ore, con il Wti che è arrivato a perdere oltre il sei per cento, scivolando sotto la soglia psicologica dei novanta dollari al barile per attestarsi sui 88,25 dollari, mentre il Brent, analogamente, ha visto ridursi il proprio valore in modo altrettanto drastico. Le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale, in un'intervista rilasciata alla CBS, ha sostanzialmente dichiarato conclusa la fase più critica del conflitto in Medio Oriente affermando che “la guerra è praticamente completa” e che gli obiettivi militari sono stati ampiamente raggiunti, hanno avuto l'effetto di una doccia fredda su un mercato che fino al giorno prima aveva prezzato lo scenario opposto, quello di un'escalation incontrollata capace di mettere in ginocchio l'intero sistema energetico globale. Un cambiamento di rotta netto, una sterzata improvvisa, a cui ha fatto eco anche l'ipotesi, avanzata dallo stesso inquilino della Casa Bianca, di riconsiderare le sanzioni legate al greggio e di valutare un intervento diretto della Marina militare statunitense per scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, il celebre punto di strozzatura attraverso cui transita una quota compresa tra il venti e il venticinque per cento dell'intero approvvigionamento petrolifero mondiale, al fine di rassicurare i mercati e garantire, almeno nelle intenzioni, la continuità dei flussi.

Sulla stessa lunghezza d'onda, e contribuendo ulteriormente ad alimentare il clima di distensione, si è mosso anche il G7, i cui ministri delle Finanze, riunitisi in videoconferenza proprio nella giornata di ieri, hanno diffuso una nota nella quale manifestano la loro pronta disponibilità a immettere sul mercato le scorte strategiche di greggio, una mossa, questa, che ha un duplice obiettivo: calmierare i prezzi e, al contempo, inviare un segnale chiaro e inequivocabile agli operatori circa la determinazione dei paesi industrializzati a non tollerare ulteriori fiammate speculative. In questo quadro, la reazione delle Borse asiatiche non si è fatta attendere, anzi, è stata immediata e vigorosa, con l'indice Nikkei della Borsa di Tokyo che ha chiuso le contrattazioni in un balzo del 2,88%, trascinando al rialzo anche gli altri listini del continente, da Hong Kong, che ha messo a segno un progresso superiore al due per cento, a Shanghai e Shenzhen, entrambe in positivo, seppur con variazioni più contenute. Ma è stata la piazza sudcoreana di Seul a fare da traino a tutta la regione, registrando un rialzo semplicemente straordinario, nell'ordine del cinque per cento e mezzo, un dato che non si vedeva da tempo e che testimonia quanto le speranze di una rapida conclusione del conflitto, o quanto meno di una sua significativa de-escalation, possano influenzare gli umori degli investitori, i quali tornano ad acquistare azioni dopo le pesanti vendite dei giorni scorsi.

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