Le Borse provano il rimbalzo ma la produzione industriale frena, petrolio ancora volatile sopra i cento dollari
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Redazione Economia
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La tregua sui mercati azionari, quando arriva, porta con sé il fiato sospeso di chi osserva le quotazioni del petrolio e si chiede quanto durerà questa pausa. Gli indici europei, nella seduta odierna, hanno tentato un recupero, aggrappandosi a quelle parole del presidente americano Donald Trump che hanno lasciato intravedere uno spiraglio per la risoluzione del conflitto in Iran; un conflitto che, come un'ombra, continua ad allungarsi sullo Stretto di Hormuz, arteria vitale per il transito del greggio. Il Ftse Mib di Piazza Affari ha guidato la riscossa con un progresso del 2,6%, portandosi a 45.201,69 punti, in scia al Dax di Francoforte, salito del 2,4%, e al Cac40 di Parigi, che ha guadagnato l'1,79%, mentre Londra ha registrato un +1,6%. Un rimbalzo, quello odierno, che sembra però più una reazione tecnica a sessioni passate in profondo rosso, piuttosto che l'inizio di una nuova fase rialzista. E se da un lato il petrolio, dopo aver toccato e superato la soglia psicologica dei cento dollari, mostra qualche timido segnale di cedimento, con il Wti che si aggira attorno ai 96-97 dollari e il Brent che staziona poco sopra i cento, dall'altro la volatilità resta elevatissima, con oscillazioni giornaliere che in alcuni casi hanno toccato punte del 9%.
L’incertezza dello Stretto di Hormuz e le strategie difensive
Il nodo cruciale, per gli investitori, rimane la durata e l'intensità delle ostilità in Medio Oriente. Le dichiarazioni della nuova leadership iraniana, che ha minacciato di mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz e di colpire le infrastrutture energetiche dell'area, tengono alta la tensione. Una situazione paradossale, se si considera che proprio l'amministrazione Trump ha deciso di cancellare i dazi sul petrolio russo, una mossa volta a calmierare i prezzi, ma che di fatto ridisegna i flussi commerciali globali dell'oro nero, con Mosca che, secondo alcune stime, potrebbe incassare fino a 150 milioni di dollari al giorno in più grazie alle vendite a Cina e India. In questo clima di incertezza, gli analisti di Citigroup parlano di una classica "fuga verso la qualità", con i grandi gestori che stanno abbandonando i titoli ciclici e più speculativi per rifugiarsi in società a grande capitalizzazione, con bilanci solidi e utili prevedibili, come quelle dei settori utilities, healthcare e consumer staples. Un movimento che premia la solidità rispetto alla crescita a tutti i costi.
Piazza Affari tra spunti rialzisti e produzione in affanno
A Piazza Affari, il rimbalzo del Ftse Mib è stato trainato principalmente dai titoli legati all'energia, con Saipem ed Eni in rialzo del 2,5%, spinte dall'ondata di acquisti che segue l'impennata del prezzo del greggio. Bene anche Enel e Inwit, entrambe in progresso dell'1,5%, a dimostrazione che la ricerca di stabilità sta orientando le scelte anche sul listino milanese. Dall'altro lato dello spettro, si segnalano le prese di profitto su Brunello Cucinelli e le flessioni di Fincantieri, Tim e Prysmian, che perdono tra l'1,5% e l'1,8%. Ma il dato che più di ogni altro preoccupa gli operatori, perché legato alla salute reale dell'economia italiana, arriva dall'Istat: la produzione industriale a gennaio ha registrato un calo dello 0,6% su base mensile, il secondo consecutivo dopo il -0,5% di dicembre, deludendo nettamente le attese del mercato che scommettevano su un incremento dello 0,3%. Un segnale di rallentamento che non può essere ignorato e che aggiunge un ulteriore tassello di incertezza in un quadro già complesso.
Le borse asiatiche affondano, l’inflazione resta una minaccia latente
Guardando oltre i confini europei, il quadro si fa ancora più cupo. Le borse asiatiche hanno chiuso la notte in profondo rosso, con Seul che ha segnato la performance peggiore, un -1,7%, seguita da Tokyo con un -1,25% e Shanghai con un -0,92%. Il timore di un conflitto prolungato in Medio Oriente e delle sue ripercussioni su un'economia globale già fragile ha gelato gli entusiasmi, nonostante gli sforzi delle autorità cinesi e giapponesi. Il punto è che l'aumento del prezzo del petrolio, se dovesse consolidarsi su questi livelli, rischia di tradursi in una nuova fiammata inflazionistica, complicando ulteriormente il lavoro delle banche centrali, che si troverebbero di fronte al dilemma se continuare a tagliare i tassi per sostenere la crescita o se alzarli nuovamente per contrastare il caro-prezzi. Uno scenario, quest'ultimo, che gli investitori avevano ormai messo in secondo piano e che torna prepotentemente alla ribalta, gettando un'ombra lunga sui listini di tutto il mondo.




