Borsa, il rimbalzo dell’Europa si scontra con il petrolio tornato sopra i 100 dollari

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La seduta del 24 marzo si è aperta con i listini europei in cauto rialzo, un tentativo di reazione dopo le flessioni della vigilia che però si è scontrato ben presto con la realtà dei mercati energetici. Il petrolio, dopo un momentaneo cedimento sotto la soglia psicologica dei cento dollari, ha ripreso la sua corsa al rialzo: il Brent, con un balzo del 4,1%, è tornato a scambiare a 104,1 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate ha seguito a ruota toccando quota 92,4 dollari. Quella che sembrava una tregua – alimentata martedì scorso dalle parole del presidente americano Donald Trump su presunte “conversazioni molto buone e produttive” con Teheran – si è rivelata un fuoco di paglia, complice la tempestiva smentita arrivata dalla Repubblica Islamica. Gli investitori, che avevano inizialmente scommesso su un’imminente distensione in Medio Oriente, si sono trovati a fare i conti con il muro contro muro tra Washington e Teheran, un clima di incertezza che ha subito riacceso la miccia sui prezzi energetici.

La volatilità ha così caratterizzato l’intera giornata sui mercati azionari del Vecchio Continente, con gli indici che hanno navigato a vista tra alti e bassi prima di chiudere con timidi guadagni. Piazza Affari ha messo a segno un +0,4%, in linea con le principali piazze europee: Parigi ha guadagnato lo 0,2%, Francoforte lo 0,1% e Londra lo 0,6%. A sostenere il Ftse Mib è stato in particolare il balzo di Inwit, il cui Titolo ha sfiorato un +10% in scia alle voci di una possibile offerta pubblica di acquisto da parte dei fondi Brookfield e Ardian, un’operazione che, se confermata, ridisegnerebbe gli equilibri nel settore delle infrastrutture digitali italiane. A giocare un ruolo decisivo nell’altalena delle quotazioni sono state le notizie – spesso contrastanti – provenienti dal fronte diplomatico, con le parole di Trump che hanno trovato eco nella proposta del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, il quale si è detto pronto a ospitare colloqui di pace tra le parti, un annuncio che il presidente americano ha prontamente ripreso sui suoi canali social.

Il nodo dello Stretto di Hormuz e le smentite di Teheran

Il cuore della tensione, per i mercati, rimane la chiusura dello Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per circa un quinto del petrolio mondiale la cui paralisi rischia di innescare uno shock energetico paragonabile – per certi versi – a quello seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. La giornata di contrattazioni è stata segnata da una continua rincorsa tra le dichiarazioni ottimistiche di Trump e le nette smentite provenienti dall’Iran. Il presidente americano aveva infatti dichiarato di aver rinviato di cinque giorni gli attacchi alle centrali elettriche iraniane proprio per dare spazio ai negoziati, definendo i contatti “molto buoni”. Dall’altra parte, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, ha ribadito che non ci sono stati negoziati diretti, ammettendo tuttavia che “messaggi sono stati ricevuti da alcuni Paesi amici” riguardo a una richiesta americana di colloqui per porre fine alla guerra. Una fonte iraniana ha confermato alla Cnn l’esistenza di “contatti avviati da Washington”, specificando però che non si è ancora raggiunto il livello di negoziati veri e propri.

In questo quadro di grande incertezza, le parole del presidente americano hanno avuto l’effetto di ridimensionare l’ottimismo che aveva spinto i listini asiatici a chiudere in netto rialzo nella notte, con Tokyo, Hong Kong e Shanghai che avevano salutato con entusiasmo i primi spiragli di una possibile distensione. Il rimbalzo europeo, seppur cauto, è stato frenato proprio dalla consapevolezza che la strada verso una soluzione diplomatica è ancora irta di ostacoli. A pesare sulle contrattazioni è anche l’attesa per i dati macroeconomici, con gli indici Pmi dell’Eurozona che hanno mostrato segnali contrastanti e quelli statunitensi attesi nel pomeriggio, indicatori fondamentali per valutare la resilienza dell’economia reale di fronte al rincaro dell’energia.

Difesa in caduta libera mentre volano le infrastrutture digitali

Se il rimbalzo dei listini è stato generalizzato ma debole, la struttura degli scambi a Piazza Affari ha raccontato una storia di chiari vincitori e perdenti. Da un lato, i titoli legati al settore della difesa hanno subito una pesante correzione, con Avio in calo del 5,7%, Fincantieri del 3,8% e Leonardo del 2,4%. Una flessione, quella dei cosiddetti “titoli della guerra”, che sembra rispondere agli stessi venti di pace – per quanto flebili – che avevano inizialmente fatto crollare il petrolio. Gli investitori, insomma, sembrano aver scommesso su un rapido de-escalation del conflitto, salvo poi ricredersi nel corso della giornata quando le tensioni sono riemerse con forza.

All’estremo opposto del Ftse Mib, ha brillato Inwit con un balzo del 9,9%. A sostenere il titolo della società che gestisce le infrastrutture per le telecomunicazioni sono le insistenti indiscrezioni, riprese dal Sole 24 Ore, su una possibile Opa congiunta da parte di Ardian e del fondo canadese Brookfield per acquisire il controllo totale della società. Un’operazione che, se dovesse concretizzarsi, segnerebbe una svolta importante nel settore, sebbene gli analisti non escludano possibili resistenze legate all’esercizio del golden power, dato il ruolo strategico degli asset gestiti dalla società. Positiva anche la performance di Saipem e Tenaris, cresciute rispettivamente del 3% e del 2,3%, che hanno beneficiato della risalita dei prezzi del greggio, mentre Diasorin ha messo a segno un rimbalzo del 4,8% dopo il tonfo della vigilia.

Il gas e il dollaro, la fotografia di un mercato in attesa

Sul fronte delle altre materie prime, il gas naturale ha mostrato un andamento divergente rispetto al petrolio: il Ttf di Amsterdam, benché in rialzo sopra i 57 euro al megawattora durante la mattinata, ha poi corretto il tiro chiudendo in calo a 53,7 euro, una flessione del 5,1% che suggerisce come le preoccupazioni per il Medio Oriente stiano impattando più sul greggio che sul metano. L’oro, tradizionale bene rifugio, ha viaggiato poco mosso sopra i 4.400 dollari l’oncia, mentre il bitcoin ha subito un leggero arretramento.

Il quadro valutario ha visto un rafforzamento del dollaro, che ha guadagnato terreno sulle principali divise. L’euro è così sceso sotto la soglia di 1,16 dollari, attestandosi a 1,1589 nella chiusura delle contrattazioni europee. Una tendenza che riflette la classica dinamica di risk-off, con gli investitori che, in momenti di incertezza geopolitica come quello attuale, tendono a rifugiarsi nella valuta americana. Le parole di Trump e le successive smentite hanno creato un clima di estrema difficoltà per gli operatori, costretti a muoversi in un mercato dominato dalla volatilità e dalle notizie provenienti da un fronte diplomatico che, al momento, sembra offrire più ombre che luci.

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