L’ombra dell’insider trading si allunga sulle dichiarazioni di Trump: 760 milioni di dollari scommessi sul petrolio venti minuti prima dell’annuncio
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Redazione Economia
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Sono le 12.24 a Londra, e qualcuno sul mercato sa già qualcosa che gli altri scopriranno solo venti minuti più tardi. In un solo minuto, tra le 12.24 e le 12.25, vengono venduti 7.990 contratti futures sul Brent greggio: una mole impressionante di operazioni che raggiunge un valore complessivo di circa 760 milioni di dollari, come riportano i dati citati da Reuters. Chi ha impartito quegli ordini ha scommesso su un crollo imminente del prezzo del petrolio, azzeccandoci in pieno. Perché puntualmente, alle 12.44 – orario di Londra – il ministro degli Esteri iraniano pubblica su X l’annuncio che cambia tutto: lo Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per un quinto del petrolio mondiale, viene dichiarato completamente aperto alle navi commerciali per il restante periodo del cessate il fuoco in Libano. Non c’è neppure il tempo di metabolizzare la notizia che il greggio crolla a due cifre, e chi ha venduto i futures ci ha guadagnato una fortuna.
Uno schema sistematico che si ripete da mesi, tra guerra e speculazione
Quella del 17 aprile non è affatto una goccia isolata nell’oceano della finanza, bensì l’ennesimo episodio di un copione che si ripete identico da mesi ormai. L’inchiesta condotta dalla Bbc ha messo in luce un pattern preciso, quasi inquietante: ogni volta che il presidente Trump si appresta a fare un’annuncio capace di spostare i mercati – come è accaduto il 9 marzo, quando dichiarò la guerra “praticamente finita”, o il 23 marzo, con la sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane – si registrano picchi anomali di operazioni effettuate nei minuti precedenti. Nel caso specifico del 23 marzo, furono circa 500 milioni di dollari scommessi sul ribasso del greggio appena quindici minuti prima della comunicazione ufficiale, una tempistica che gli analisti, interpellati dalla Bbc, hanno definito «decisamente anomala». E si può citare anche il 7 aprile, quando una scommessa da circa 950 milioni di dollari precedette di poche ore l’annuncio di un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. La guerra in Medio Oriente, insomma, non si combatte solo con i missili ma anche – e sempre più – con operazioni finanziarie che qualcuno sembra poter piazzare avendo la notizia in tasca prima degli altri.
La Casa Bianca mette in guardia i suoi, ma respinge le accuse
La replica dell’amministrazione, prevedibile fino a un certo punto, è arrivata su due binari paralleli e solo in apparenza contraddittori. Da una parte, la Casa Bianca ha bollato le ricostruzioni giornalistiche come «basate sul nulla e irresponsabili», usando le parole del portavoce Kush Desai per liquidare i sospetti di illecito. Dall’altra parte, però, c’è un fatto concreto e documentato: una email interna, trapelata il mese scorso, rivela che l’amministrazione ha ufficialmente avvertito il proprio staff di non utilizzare informazioni riservate per scommettere sui mercati, siano essi i tradizionali futures sul petrolio o le piattaforme di scommesse politiche come Polymarket. Il monito, inviato il 24 marzo – il giorno successivo alla sospensione dei raid contro l’Iran – è stato presentato come un semplice “promemoria” delle norme etiche in vigore, quelle che già vietano ai dipendenti pubblici di trarre profitto da notizie non ancora di dominio pubblico. Peccato che la tempistica di quell’avvertimento, arrivato proprio dopo l’ennesima operazione sospetta, abbia sollevato più di un sopracciglio tra gli osservatori.
L’incrocio dei dati e le difficoltà investigative della Sec e della Cftc
A questo punto la domanda sorge spontanea: se lo schema è così evidente, perché le autorità di vigilanza – la Sec (Commissione sui titoli) e la Cftc (Commissione sui futures) – non sono ancora riuscite a inchiodare i responsabili? La risposta, per quanto frustrante, sta nella difficoltà oggettiva di dimostrare il nesso causale tra il possesso di un’informazione e l’operazione finanziaria che ne consegue. Come ha spiegato alla Bbc Paul Oudin, professore di diritto finanziario, «puoi vedere un volume di transazioni enorme che indica chiaramente che qualcuno sapepe in anticipo cosa avrebbe detto Trump, ma è comunque molto probabile che nessuno venga mai incriminato». La Cftc ha avviato le verifiche del caso, chiedendo dati dettagliati alle borse merci Cme e Ice, ma al momento nessun organismo di controllo ha ammesso ufficialmente di aver aperto un’inchiesta formale per insider trading. E intanto, mentre gli inquirenti arrancano tra le pieghe della normativa, i mercati continuano a ballare al ritmo delle dichiarazioni presidenziali. Con qualcuno che, inspiegabilmente, sembra conoscere la musica ancor prima che il direttore d’orchestra alzi la bacchetta.




