Trump e il “mondo di matti”: il manifesto dell’attentatore e le crepe nella sicurezza dell’Hilton
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è tornato a parlare del fallito attentato che lo ha visto protagonista indiscusso – suo malgrado – durante la cena annuale dell’Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, tenutasi al Washington Hilton. A distanza di ore dai fatti, mentre gli investigatori setacciano il passato di Cole Tomas Allen, il trentunenne californiano fermato prima che potesse raggiungere la sala, la narrazione si divide su due binari distinti ma convergenti: la ricostruzione dei gravissimi buchi nel dispositivo di sicurezza, sottolineati a sorpresa dallo stesso aggressore nel suo del lungo manifesto, e le reazioni a caldo di un presidente che definisce il contesto in cui vive “un mondo folle”.
Nonostante la celerità dell’intervento dei servizi segreti – che hanno ferito e bloccato l’uomo prima che potesse varcare la soglia della sala da ballo dove erano raccolti duemilacinquecento invitati –, è lo scritto lasciato da Allen a mettere in luce un paradosso imbarazzante per chi doveva garantire l’incolumità delle più alte cariche dello Stato. L’attentatore, che si autodefinisce nel suo memoriale “amichevole assassino federale”, ha ironizzato sulla “arroganza” evidente nella logistica dell’evento: armato di fucile, pistola e diversi coltelli, ha preso un treno da Los Angeles a Chicago e poi fino a Washington, e ha effettuato il check-in all’Hilton già il giorno precedente, il venerdì, senza che nessuno gli chiedesse conto del suo carico bellico.
Il piano perfetto (ma fallito) di un «killer federale amichevole»
La pianificazione, emersa dalle bozze del suo sfogo scritto, rivela una conoscenza approfondita delle routine dell’hotel. Come hanno ricostruito gli inquirenti, e come riporta un’analisi del Wall Street Journal, l’accesso all’edificio non richiedeva il classico sistema a raggi X o i metal detector primari: questi ultimi erano posizionati solo all’ingresso della sala principale, il che significa che chiunque potesse esibire una chiave della camera o – nei casi più eclatanti – un semplice invito cartaceo ai ricevimenti poteva muoversi indisturbato nella hall e nei piani inferiori. Lo stesso Allen, nel suo scritto, ha sottolineato come fosse “folle” che nessuno considerasse una minaccia un individuo caricato di armi mentre attraversava il foyer, quasi come se la stessa presenza dell’evento creasse una bolla di fiducia che lui ha potuto facilmente forare.
Ciò che rende la vicenda ancora più inquietante, agli occhi degli strateghi della sicurezza, è il fatto che l’uomo abbia compilato una vera e propria lista di obiettivi prioritari all’interno dell’amministrazione Trump. Una lista dettagliata, come raccontano le fonti investigative, che escludeva curiosamente il solo direttore dell’Fbi, Kash Patel, ma puntava dritta al cuore del potere esecutivo. Tuttavia, nonostante la meticolosità nel raccontare gli spostamenti – dal treno alla East Coast fino al momento della registrazione al ricevimento –, Allen non è riuscito nel suo intento criminale perché, per sua stessa sfortuna, è stato intercettato e affrontato da un agente del Secret Service mentre tentava di caricare i controlli. Quell’agente, colpito a distanza ravvicinata, si è salvato solo grazie al giubbotto antiproiettile, una circostanza che Trump ha voluto sottolineare in conferenza stampa definendo l’azione delle guardie del “eccezionale”.
«Era un credente, poi si è radicalizzato»: la diagnosi del presidente
Nel tentativo di dare un senso logico (o quantomeno narrativo) alla violenza subita, il presidente Trump ha riservato un’analisi clinica e spietata della psiche del suo assalitore, rilasciando interviste a diverse reti, tra cui la Cbs e Fox. "Ho letto il suo manifesto – ha dichiarato Trump –. Era un cristiano, un credente, e poi ha subito molti cambiamenti diventando anticristiano. Un tipo piuttosto malato”. Il presidente ha ironicamente osservato che l’assalitore era “abbastanza incompetente”, dato che “si è fatto beccare piuttosto facilmente”, suggerendo quasi con sarcasmo che la National Football League avrebbe potuto ingaggiarlo per la velocità dimostrata nella corsa, ma non certo per la furbizia. spostando il focus dal piano operativo a quello ideologico, Trump ha voluto incolpare i movimenti politici a lui avversi – in particolare il gruppo ‘No Kings’ – per aver creato un clima di odio tale da giustificare, nella testa di uno squilibrato, un agguato. “Viviamo in un mondo folle – ha ripetuto –. Il motivo per cui ci sono persone così sta nel fatto che esistono movimenti come ‘No Kings’. Io non sono un re. Se lo fossi non sarei qui a parlare con lei”. L’ex (e attuale) presidente ha voluto inoltre rassicurare l’opinione pubblica sulla sua tenuta psicologica, definendosi immune allo stress della carica. “Conduco una vita piuttosto normale, considerando che si tratta di una vita pericolosa”, ha affermato nell’intervista, paragonando il suo mestiere a quello di un pilota di auto da corsa. “Penso di gestirla nel modo migliore possibile. Lo faccio per il Paese”.
Polemiche sui controlli: lezioni non apprese dall’era Reagan
Se il presidente ironizza sulla sicurezza dei dettagli, c’è chi quella falla la prende molto sul serio. La scelta del Washington Hilton come sede è apparsa subito carica di simbolismo tragico: è proprio all’esterno di quell’albergo che, nel 1981, John Hinckley Jr. ferì gravemente Ronald Reagan. A distanza di quarantacinque anni, la storia sembra essersi ripetuta quasi pedissequamente, rivelando che la familiarità con la location ha generato forse un pericoloso abbassamento della guardia. Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, molti ospiti hanno confermato di essere entrati nei piani inferiori senza passare attraverso i controlli di sicurezza veri e propri, semplicemente mostrando un biglietto o un invito che nessuno si è preso la briga di scansionare per verificarne l’autenticità.
Un ex funzionario dell’Fbi citato nell’analisi ha sintetizzato il paradosso con una battuta amara: “Quel perimetro è stato costruito per fermare un esercito. A quanto pare, tutto ciò di cui aveva bisogno (l’attentatore) era una chiave della stanza”. La risposta a queste critiche, da parte di chi ha coordinato la sicurezza, è che la prova del nove – cioè il fallimento dell’attacco – dimostra che le misure adottate hanno funzionato, perché Trump è stato portato in salvo e l’aggressore è stato messo a terra prima della strage. Tuttavia, il fatto che un uomo armato abbia potuto viaggiare attraverso gli Stati Uniti e registrarsi in un hotel presidiato senza destare sospetti restituisce l’immagine di un sistema di intelligence che continua a rincorrere i pericoli, invece di prevenirli.




