L’accerchiamento militare americano dell’Iran e l’ultimatum di Trump: schierata la piú grande forza dai tempi dell’Iraq
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Redazione Esteri
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Oltre cento caccia e velivoli militari, una quindicina tra navi da guerra e lanciamissili, sistemi difensivi avanzati e centri operativi di supporto. La potenza di fuoco che gli Stati Uniti di Donald Trump stanno concentrando in Medio Oriente — e che rappresenta la piú imponente dimostrazione di forza nella regione dai tempi dell’invasione dell’Iraq nel 2003 — non è, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali che filtrano dalla Casa Bianca e dal Pentagono, il preludio certo a un attacco immediato, ma piuttosto lo strumento con cui l’amministrazione repubblicana intende premere sull’acceleratore delle trattative nucleari con Teheran -6. Il presidente, che pure ha piú volte ribadito di preferire un accordo diplomatico, ha iniziato a contare i giorni a disposizione dell’Iran, lasciando intendere che la pazienza americana ha un limite temporale ben preciso: una decina di giorni, forse due settimane, per vedere se dalla mediazione emergano i risultati sperati o se, al contrario, si debba procedere per altre vie -2.
L’accerchiamento: due portaerei e decine di caccia sul teatro mediorientale
Il dispositivo bellico messo in campo dagli Stati Uniti è impressionante per numero e qualità degli asset. Nel Mar Arabico e nel Golfo stazionano due gruppi di portaerei, la USS Abraham Lincoln e la USS Gerald R. Ford, quest’ultima la piú grande nave da guerra mai costruita, la cui presenza nell’area rappresenta un raddoppiamento della capacità di proiezione aerea americana -3. Le due portaerei sono il cuore pulsante di una flotta che comprende una quindicina di navi d’scorta, tra cui cacciatorpediniere lanciamissili della classe Arleigh Burke — come la USS Spruance e la USS Michael Murphy — capaci di lanciare i Tomahawk, missili da crociera che già nello scorso giugno avevano colpito gli impianti nucleari iraniani durante la cosiddetta "Operazione Midnight Hammer" condotta assieme a Israele -6.
Non è solo una questione di numeri, ma di capacità operative. Le immagini satellitari diffuse da Reuters e analizzate da diversi osservatori internazionali mostrano una densità di velivoli mai vista dalla seconda guerra del Golfo: decine di F-35 e F-22 — i caccia di quinta generazione, praticamente invisibili ai radar — sono stati trasferiti nelle basi di Al Udeid in Qatar e in Giordania, mentre a supporto sono state schierate decine di aerocisterne per il rifornimento in volo e aerei da pattugliamento marittimo P-8 Poseidon, fondamentali per il controllo dello Stretto di Hormuz -3. A questi si aggiungono i B-2 Spirit, i bombardieri strategici che trasportano le bombe antibunker GBU-57, le uniche in grado di penetrare le fortificazioni sotterranee dove l’Iran custodisce parte del suo programma di arricchimento dell’uranio -6.
L’ultimatum di Washington e la linea rossa di Teheran
Mentre le navi da guerra solcano le acque del Golfo, a Ginevra si susseguono i round negoziali, l’ultimo dei quali mediato dall’Oman e durato circa quattro ore. Il capo negoziatore iraniano, Abbas Araghchi, ha parlato di "progressi" e di principi guida condivisi, ma ha ribadito con altrettanta fermezza che il programma missilistico balistico di Teheran non è negoziabile, definendolo una questione puramente difensiva -4. La posizione americana, rappresentata dagli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, appare invece piú ampia e ambiziosa: la Casa Bianca vorrebbe infatti un accordo che non si limiti a blindare i siti nucleari, ma che imponga un tetto alle capacità missilistiche iraniane, limitandone la gittata e il numero, e che affronti anche il sostegno di Teheran a Hezbollah e agli Houthi -1.
Il tempo stringe, e Donald Trump lo ricorda con le sue uscite pubbliche. Durante un incontro del Board of Peace, l’organismo da lui istituito per la pace a Gaza, il presidente ha letto un breve discorso in cui ha minacciato conseguenze "molto traumatiche" se l’Iran non dovesse accettare le condizioni americane -2. E in un post su Truth Social, il suo social network, ha evocato la possibilità di utilizzare la base britannica di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, per "sradicare un potenziale attacco da parte di un regime altamente instabile e pericoloso" -5. La minaccia, in questo caso, era diretta anche al Regno Unito, colpevole, agli occhi di Trump, di voler cedere la sovranità dell’arcipelago delle Chagos a Mauritius.
La preparazione logistica e l’ipotesi di una campagna prolungata
Il Pentagono, dal canto suo, non si limita a far roteare i sabbi. Funzionari americani citati da Reuters e dal Wall Street Journal hanno confermato che i piani militari in fase di definizione non prevedono piú solo attacchi limitati e chirurgici come quello dello scorso giugno, ma una possibile campagna prolungata, della durata di settimane, progettata per massimizzare i danni -9. Gli obiettivi, in questo scenario, non sarebbero piú soltanto le infrastrutture nucleari di Natanz o Isfahan, in parte già danneggiate e in via di ricostruzione, ma anche e soprattutto i centri di comando delle Guardie della Rivoluzione e, stando ad alcune indiscrezioni riportate da CBS e CNN, persino i vertici politici e militari iraniani, con l’obiettivo dichiarato di provocare un cambiamento di regime -5.
Decine di aerei da trasporto C-17 e C-130 hanno continuato a volare nelle ultime settimane tra gli Stati Uniti e le basi avanzate in Medio Oriente, trasportando non solo munizioni e sistemi di difesa come i Patriot e i THAAD, ma anche migliaia di soldati originariamente destinati al rientro in patria e ora trattenuti in teatro operativo -8. Parallelamente, l’Iran ha risposto con esercitazioni su larga scala nello Stretto di Hormuz, coinvolgendo anche la marina russa in manovre congiunte, e il capo dell’agenzia atomica iraniana, Mohammad Eslami, ha ribadito che nessuno può privare il paese del diritto all’arricchimento dell’uranio -7.




