Borse in rialzo e petrolio giù: il mercato scommette sulla trattativa Usa-Iran
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Redazione Economia
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La seduta odierna sui mercati finanziari si apre con un movimento netto, quasi brusco, che racconta di un improvviso cambio di prospettiva. Il prezzo del petrolio, quello che fino a ieri rappresentava il termometro più sensibile della tensione in Medio Oriente, accusa un deciso arretramento: il Brent scende sotto la soglia psicologica dei cento dollari, attestandosi intorno ai 98,5 dollari al barile con una flessione che in alcuni momenti della mattinata ha sfiorato il 5,6%, mentre il Wti segue a ruota arretrando fino a 87,7 dollari. Un movimento che, per quanto tecnicamente rilevante, non deve trarre in inganno: si tratta di un calo che arriva dopo settimane di rincari vertiginosi, e che viene interpretato dagli analisti più come una presa di beneficio – un consolidamento dopo i forti rialzi – che come l’inizio di una tendenza strutturale.
A innescare questa improvvisa distensione dei prezzi energetici sono le parole che arrivano dalla Casa Bianca, dove il presidente Donald Trump ha annunciato di aver rinviato i previsti attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, giustificando la scelta con l’esistenza di colloqui in corso che ha definito “produttivi”. Un’apertura che ha immediatamente alimentato le speranze di una possibile soluzione diplomatica del conflitto, spingendo gli investitori a ridurre il premio per il rischio geopolitico inrato nei prezzi del greggio. L’entusiasmo, però, si scontra con la realtà delle smentite che arrivano da Teheran: le autorità iraniane negano recisamente l’esistenza di qualsiasi negoziato diretto con Washington, ridicolizzando l’iniziativa di Trump come un tentativo di manipolare i mercati finanziari.
Questo quadro di segnali contraddittori – da un lato la Casa Bianca che parla di trattative e dall’altro l’Iran che nega qualsiasi contatto – è ciò che rende affascinante e al tempo stesso complessa la giornata di contrattazioni. La realtà, come spesso accade in questi frangenti, potrebbe trovarsi nel mezzo. Fonti diplomatiche europee e pakistane, infatti, suggeriscono l’esistenza di un’intensa attività di mediazione condotta da attori come l’Egitto e il Pakistan, con la possibilità che colloqui ufficiali possano tenersi già nei prossimi giorni nella capitale pakistana, Islamabad. È su queste indiscrezioni che i mercati sembrano aver scelto di concentrarsi, premiando la prospettiva di una distensione.
Wall Street guarda al piano di pace e lascia respirare i listini
Il sentiment positivo non si limita al comparto energetico, ma si estende con decisione ai listini azionari, sia americani che europei. Dopo la chiusura contrastata di ieri – che aveva visto il Dow Jones cedere lo 0,18%, l’S&P 500 arretrare dello 0,37% e il Nasdaq registrare un calo più marcato dello 0,84% – oggi le premesse sono decisamente diverse. I future sugli indici Usa anticipano un’apertura in netto rialzo, con l’S&P 500 e il Dow Jones che viaggiano intorno a un incremento dell’1,1%, mentre il Nasdaq, il più sensibile alle variazioni delle condizioni di liquidità e di rischio, balza dell’1,3%.
Ieri, infatti, nonostante l’entusiasmo iniziale innescato dalle aperture diplomatiche, gli investitori avevano preferito mantenere un atteggiamento di prudente attesa, consolidando i robusti guadagni registrati all’inizio della settimana. Oggi, però, la musica sembra cambiata: la possibilità, per quanto ancora incerta, che il conflitto possa avvicinarsi a una soluzione diplomatica agisce da potente catalizzatore per gli acquisti. I titoli più esposti alle turbolenze geopolitiche, in particolare quelli del comparto tecnologico e dei viaggi, stanno guidando la ripresa, mentre il settore bancario – duramente colpito nelle ultime settimane dalle preoccupazioni per una possibile stagflazione – mostra segni di evidente rimbalzo.
Il nodo dello Stretto di Hormuz e la volatilità del greggio
Il vero banco di prova per la tenuta di questo ottimismo, però, rimane la situazione nello Stretto di Hormuz, il punto di transito attraverso il quale passa circa un quinto del commercio mondiale di petrolio. È qui che si gioca la partita più importante per i prezzi dell’energia. Se da un lato il governo iraniano ha lasciato intendere, attraverso dichiarazioni contraddittorie, che potrebbe garantire un passaggio sicuro per le navi “non ostili”, dall’altro ha anche avvertito che i prezzi del petrolio non torneranno ai livelli precedenti al conflitto finché la regione non sarà stabilizzata sotto il suo controllo militare.
Un messaggio, quest’ultimo, che introduce un elemento di cautela nelle valutazioni degli operatori. Il crollo dei prezzi di oggi, per quanto spettacolare, è figlio più di una variazione nelle percezioni di rischio che di un vero e proprio cambiamento delle condizioni di offerta. Il Goldman Sachs, in una nota agli investitori, ha osservato come il greggio abbia continuato a essere scambiato con un premio per il rischio geopolitico, con i movimenti di prezzo determinati più da cambiamenti nella probabilità percepita di scenari estremi che da mutamenti nel quadro di riferimento. In altre parole, il mercato sta scommettendo su una normalizzazione dei flussi entro aprile, ma la posta in gioco rimane altissima.
Le trattative, il gas e le tensioni sotterranee
L’effetto delle dinamiche diplomatiche si estende anche al mercato del gas, dove i prezzi hanno subito un forte ridimensionamento. Il gas naturale, che nelle scorse settimane aveva seguito l’impennata del petrolio, oggi cede terreno con il prezzo del megawattora che scende sotto la soglia dei 50 euro, un livello che non si vedeva da diverse settimane. Un segnale che l’intero comparto energetico sta beneficiando della prospettiva di una riduzione delle tensioni.
Nonostante l’ottimismo, però, rimane un’ombra di fondo: l’Iran continua a negare qualsiasi trattativa, e il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha confermato che le operazioni militari contro le basi iraniane in Libano e in territorio iraniano non si fermeranno. È in questo contesto di segnali opposti che si muovono oggi gli investitori: consapevoli del potenziale di una svolta, ma anche della fragilità di una tregua che al momento esiste solo nelle dichiarazioni di una delle parti. La reazione dei mercati, con le Borse in rialzo e il petrolio in calo, rappresenta la loro scommessa più chiara: che la via della diplomazia, per quanto impervia, sia l’unica percorribile per uscire dall’attuale spirale di violenza.




