Call my agent Italia, la terza stagione perde il mordente
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La serie, che si appresta a tornare con nuovi episodi, sembra aver smarrito lungo il percorso proprio quell'ironia dissacrante che costituiva il suo tratto distintivo più apprezzato. Il concept di base, mutuato dall'originale francese "Dix pour cent", rimane infatti solido: al centro della narrazione permangono le vicende professionali e umane dei dipendenti della CMA, l'agenzia di management che, dovendo gestire le carriere di attori di primo piano, si trova costantemente a dover arginare i capricci e le bizzarrie dei propri assistiti. Ciò che si osserva nella nuova stagione, tuttavia, è una progressiva attenuazione della componente satirica, quasi che la produzione abbia preferito optare per un approccio più compiacente e meno critico verso il medesimo ambiente che pure si proponeva di raccontare senza veli.
Il ritorno della serie e i suoi protagonisti
La macchina narrativa, che ruota attorno alle figure di Vittorio, Lea e Gabriele – interpretati, come noto, da Michele di Mauro, Sara Drago e Maurizio Lastrico – riparte dunque con un passo differente. Le nuove avventure dell'agenzia, le cui dinamiche interne sono state arricchite dall'ingresso di nuovi personaggi, si sviluppano attraverso episodi che, se da un lato continuano a godere della presenza di guest star di rilievo, dall'altro appaiono più inclini a celebrare il talento di questi ultimi piuttosto che a sfruttarlo per una rappresentazione spregiudicata dei retroscena. Simone Spada e Federico Baccomo, rispettivamente regista e sceneggiatore, hanno del resto confermato le direzioni intraprese, sottolineando come la serie prosegua il suo cammino pur conscia delle aspettative del pubblico.
Un adattamento che stempera la sua voce
La frizzante vena comica, che nell'edizione francese si traduceva in un'analisi spietata e al tempo stesso divertita delle idiosincrasie del mondo dello spettacolo, nell'adattamento italiano perde diversi colpi, trasformando potenziali momenti di critica tagliente in occasioni per costruire ritratti quasi agiografici. Se ne ricava, di conseguenza, un prodotto che, pur mantenendo una sua piacevolezza narrativa e una struttura collaudata, fatica a distinguersi per originalità e coraggio. La terza stagione, in definitiva, sembra voler compiacere più che provocare, mostrando un volto edulcorato di un ambiente che, per sua natura, offrirebbe invece numerosi spunti per una messa in discussione dei suoi meccanismi.
La struttura narrativa e le prospettive
Nonostante l'alleggerimento del tono satirico, la serie conserva un impianto narrativo efficace, costruito su storie autoconclusive che, episodio dopo episodio, permettono di seguire le sorti dei personaggi fissi e dei loro clienti. La scelta di focalizzarsi sulle vicende dell'agenzia, osservando il mondo dello spettacolo attraverso gli occhi di chi ne orchestra le carriere da dietro le quinte, rimane l'intuizione più riuscita, un perno solido attorno al quale continua a girare l'intera produzione. È proprio questa prospettiva, del resto, a garantire quella dose di verosimiglianza necessaria a compensare, almeno in parte, la mancanza di quel mordente che aveva inizialmente conquistato una fetta di spettatori.




