Dall’erba di Trigoria a quella di Church Road: la storia di Flavio Cobolli
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
A 14 anni, Flavio Cobolli si trovò di fronte a un bivio che avrebbe cambiato per sempre la sua vita: continuare a correre sui campi di calcio, dove già indossava la maglia della Roma sotto lo sguardo attento di Bruno Conti, o abbracciare definitivamente il tennis, uno sport solitario, implacabile, che non concede sconti. Scelse la racchetta, e oggi, a 22 anni, quel ragazzo con l’aria scanzonata e un po’ burbera – «ho sempre il broncio», ammette, mostrando il tatuaggio di Brontolo, regalo della madre – è approdato ai quarti di Wimbledon, dove affronterà Novak Djokovic.
Quello che colpisce, osservandolo in campo, è la sua apparente nonchalance. Cammina lentamente, come se ogni passo gli pesasse, la racchetta sembra un fardello più che un’estensione del braccio. Eppure, dietro quell’atteggiamento da romano disincantato – quello che non si aspetta mai troppo dalla vita – si nasconde un competitivo nato, un animale da partita capace di alzare il livello quando serve. «Me lo merito il Centre Court», ha detto a fine match, con una voce insolitamente chiara, quasi sorprendendosi lui stesso.
Ma l’immagine più potente di questa avventura a Wimbledon non è un suo diritto o un rovescio: sono le lacrime del padre, che lo allena e lo segue da sempre. «Visti da fuori, sembriamo due pazzi», confessa Cobolli. «Litighiamo, urliamo, ma è il nostro modo di trovare un equilibrio. Sono felice di condividere questo percorso con lui». Un rapporto complicato, viscerale, che forse è proprio il motore del suo tennis.




