Dall’erba di Trigoria a quella di Church Road: la storia di Flavio Cobolli e le lacrime del padre
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Redazione Sport
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Flavio Cobolli, fiorentino di nascita ma romano d’adozione, aveva quattordici anni quando si trovò di fronte a un bivio che avrebbe cambiato la sua vita: continuare a giocare a calcio, sognando la maglia della Roma – squadra del cuore e osservata da Bruno Conti per il suo talento da terzino – oppure abbracciare definitivamente il tennis, disciplina solitaria e implacabile. Scelse la racchetta, e oggi, a ventidue anni, è ai quarti di Wimbledon, traguardo che pochi avrebbero scommesso potesse raggiungere così presto.
Quello che colpisce, osservandolo in campo, è l’apparente disagio che lo accompagna. Con il tatuaggio di Brontolo – regalo della madre, che lo definisce “eternamente imbronciato” – Cobolli sembra trascinarsi tra un punto e l’altro, la racchetta quasi un peso tra le mani. Eppure, dietro quell’aria scazzata e quel passo lento da romano disilluso, si nasconde un competitivo puro, capace di accendere la miccia quando serve. «Me lo merito il Centre Court», ha dichiarato a fine partita con una voce insolitamente chiara, lui che di solito sussurra e trattiene ogni emozione. Non sapeva ancora che, pochi giorni dopo, avrebbe condiviso quel rettangolo sacro con Novak Djokovic, dominatore incontrastato dell’erba londinese negli ultimi sei anni.
Ma l’immagine più potente di questa cavalcata è quella del padre, Stefano, che non ha trattenuto le lacrime. «Da fuori sembriamo due pazzi», ha ammesso Flavio, descrivendo un rapporto fatto di urla, litigate e un affetto viscerale. «Ci vogliamo bene, e litighiamo tanto. Ma è il nostro equilibrio». Quel legame, tanto turbolento quanto solido, è stato il motore di un percorso che ora lo vede terzo italiano nel ranking ATP, dopo Jannik Sinner e Lorenzo Musetti




