Cisgiordania, assalto dei coloni a Jalud: la famiglia Tubasi costretta a fuggire di nuovo
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Redazione Esteri
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Un centinaio di coloni israeliani ha dato vita a una vera e propria rivolta nel villaggio palestinese di Jalud, a sud di Nablus, nella notte tra lunedì e martedì. L’obiettivo era impedire il rientro della famiglia Tubasi nella propria casa, da cui era stata estromessa a luglio a causa delle violenze dei coloni.
L’esercito israeliano stava scortando il nucleo familiare verso l’abitazione in ottemperanza a una sentenza dell’Alta Corte, ma l’arrivo del convoglio è stato accolto da una folla ostile che ha bloccato le strade, incendiato pneumatici e lanciato pietre contro le forze di sicurezza.
La notte di Jalud: scontri e devastazione
Secondo la ricostruzione fornita dall’IDF, i manifestanti hanno dato fuoco a strutture, veicoli e altri beni di proprietà palestinese, oltre a danneggiare un mezzo delle forze di sicurezza. Tre agenti della polizia di frontiera sono rimasti lievemente feriti negli scontri, mentre un veicolo militare è stato colpito. Le forze dell’ordine hanno arrestato alcune persone, tra cui due minori, ma la violenza è proseguita per ore, costringendo la famiglia Tubasi a lasciare nuovamente la propria abitazione, che è stata data alle fiamme insieme all’auto di famiglia.
Wael Mahmod Tubasi, capofamiglia, aveva con sé la sentenza dell’Alta Corte emessa lo scorso 6 settembre e una scorta dell’esercito israeliano. Eppure, ha potuto rientrare per appena dieci minuti nella casa da cui era stato allontanato a metà luglio. «Ci hanno colto di sorpresa, ma era chiaramente tutto orchestrato», ha raccontato, mentre i coloni devastavano ciò che restava dell’abitazione: piastrelle rimosse, scale sfasciate, porte divelte e finestre rotte.
La famiglia, originaria del villaggio, vive in esilio nella propria stessa terra da quando i coloni sono scesi dagli avamposti circostanti e hanno risalito la strada sterrata verso i cubi intonacati di bianco che compongono le case di Jalud.
L’appello del Cicr e il quadro delle violenze
Sulla vicenda è intervenuto il Comitato internazionale della Croce Rossa, che ha lanciato un appello per «la protezione urgente della popolazione civile in Cisgiordania». In una nota, l’organizzazione umanitaria ha denunciato «violenza in aumento, crescenti restrizioni alla libertà di movimento e un’accelerazione dell’espansione degli insediamenti» che «stanno causando gravi danni ai civili in tutta la Cisgiordania e rendendo la vita quotidiana insostenibile per la popolazione».
Solo quest’anno, decine di palestinesi sono stati uccisi, centinaia feriti e molti altri sfollati, con case e proprietà danneggiate o distrutte.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha condannato i fatti, chiedendo di «perseguire i rivoltosi», ma ha anche minimizzato la portata dell’accaduto sostenendo che «pochi facinorosi non rappresentano la comunità dei coloni rispettosi della legge». Il presidente israeliano Isaac Herzog ha invece definito le violenze «un atto estremamente serio», «una macchia morale, un danno allo stato di diritto e ai nostri valori più basilari come popolo e come Stato».
Un fenomeno sistematico, non episodico
L’assalto di Jalud non è un caso isolato. Secondo i dati raccolti dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, dall’inizio del 2026 sono stati documentati oltre 1.260 incidenti attribuibili a coloni israeliani, con una media di circa sei attacchi al giorno contro comunità palestinesi. Nella sola giornata di martedì, oltre a Jalud, si sono registrate violenze anche nei villaggi di Qaryut e al-Mughayyir, dove una donna anziana è rimasta ferita e una bomba molotov è stata lanciata all’interno di un’abitazione mentre la famiglia dormiva.
Le conseguenze sulla vita quotidiana dei palestinesi vanno oltre i danni materiali immediati. Le restrizioni alla circolazione impediscono ai pazienti di raggiungere gli ospedali, ai bambini di andare a scuola e ai lavoratori di mantenere le proprie attività. Le ambulanze vengono talvolta bloccate ai checkpoint per ore, costrette a deviazioni che mettono a rischio la vita dei feriti. Intere comunità, in particolare nella Valle del Giordano, hanno subito sfollamenti totali o parziali a causa della combinazione tra violenze dei coloni e limitazioni all’accesso.
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