Violenza dei coloni in Cisgiordania, agricoltori palestinesi nel mirino

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Diverse aree della Cisgiordania occupata sono state recentemente scosse da una recrudescenza di attacchi, i quali, secondo quanto riportato da fonti locali, hanno preso di mira con sistematica violenza agricoltori palestinesi, attivisti stranieri e proprietà, inclusa una struttura scolastica. Episodi che, lungi dall'essere sporadici, si inseriscono in un quadro più ampio e consolidato di tensioni, dove la vita quotidiana è segnata dalla minaccia dell'assedio. Nel villaggio di Tal, situato a ovest di Nablus, tre donne palestinesi hanno riportato ferite in seguito a un'aggressione condotta da un gruppo di coloni; la Mezzaluna Rossa, intervenuta tempestivamente sul posto, ha prestato le prime cure prima del loro trasporto in ospedale, un intervento che, seppur cruciale, non cancella il trauma dell'accaduto.

La vita sotto assedio nella Valle del Giordano

La dimensione umana di questa ondata di violenza emerge con forza dalla testimonianza di Yousef Besharat, un contadino palestinese di 47 anni che risiede con la sua numerosa famiglia a Khirbet Makhoul, un piccolo e vulnerabile insediamento agricolo nel nord della Valle del Giordano. La sua esistenza, come quella di molti altri, è legata a un pugno di olive, a qualche capra e a un asino, beni modesti che rappresentano però l'unica fonte di sostentamento e che diventano, loro malgrado, il bersaglio di una pressione costante. "Ci farebbero fuori in una notte", è la sua amara considerazione, una frase che racchiude la percezione di un pericolo imminente e la sensazione di un abbandono istituzionale che spinge gli individui a contare esclusivamente sulle proprie forze.

Il raccolto delle olive, una stagione di soprusi

Il periodo della raccolta delle olive, tradizionalmente un momento di prosperità e condivisione, si è trasformato in un'annuale stagione di caccia, durante la quale i contadini diventano prede. I coloni, provenienti spesso dagli avamposti limitrofi, non si limitano a intimidire, ma mettono in atto una strategia precisa per sabotare il lavoro agricolo: sottraggono le scale necessarie per raggiungere i rami più alti, distruggono le reti per la raccolta e, in alcuni casi, arrivano a bruciare gli stessi ulivi secolari, infliggendo così un danno economico e un profondo oltraggio simbolico a un’identità culturale millenaria. A Turmus Ayya, l'aggressione ha assunto toni di particolare brutalità quando un giovane, armato di un bastone munito di punta metallica, ha colpito ripetutamente una donna fino a lasciarla priva di sensi al suolo, in un atto di violenza che trascende la semplice contesa per la terra.

I numeri e le storie di una crisi endemica

Le statistiche, sebbene impersonali, offrono la misura di un fenomeno diffuso e in crescita: nel solo 2024 si sono contati 1420 attacchi compiuti da coloni israeliani contro contadini e allevatori palestinesi, mentre i dati parziali relativi alla prima metà dell'anno successivo, il 2025, ne registrano già 740, lasciando presagire un andamento altrettanto brutale. Dietro a queste cifre si celano storie individuali di perdita e resistenza, come quella di Akram, un altro agricoltore che in un videoracconto ha descritto l'irruzione di circa 140 persone nella sua proprietà. Questi resoconti, che documentano anche episodi di incendi dolosi alle abitazioni e furti di bestiame, contribuiscono a delineare un panorama in cui la violenza si manifesta come strumento per affermare un controllo territoriale, minando le basi stesse della sussistenza economica delle popolazioni locali.

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