Knicks, l’attesa infinita: New York si prepara alla prima parata
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Redazione Sport
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New York si appresta a scrivere un capitolo della sua storia urbana che, per oltre mezzo secolo, era rimasto bianco. Li porteranno, finalmente, lungo quel canyon degli eroi che ha fatto da scenario a trionfi sportivi e militari, ma mai – e la precisazione non è retorica – a una vittoria dei New York Knicks.
Dopo 53 anni, la terza corona NBA conquistata nella notte contro i San Antonio Spurs (94-90 il finale di Gara 5, che ha chiuso la serie sul 4-1) non solo spezza un digiuno leggendario, ma regala alla metropoli un evento inedito: una sfilata di coriandoli e ticker-tape per una squadra di pallacanestro.
Il sindaco Mamdani, apparendo sui canali ufficiali della città, ha confermato che l’appuntamento è per giovedì mattina alle 10, con partenza da Battery Park e risalita lungo Broadway fino al City Hall, dove verranno consegnate le chiavi della città. Un riconoscimento, quest’ultimo, che suona come una carezza su una ferita vecchia cinque decenni, quella di una tifoseria abituata a sognare sveglie brusche.
Il nodo della storia: Ewing resta il re per Rick Brunson
Nel turbine di emozioni che ha seguito l’impresa texana, c’è spazio anche per un dibattito che oppone la memoria alla cronaca, il peso della leggenda al clamore del presente. Jalen Brunson, autore di una prestazione monumentale da 45 punti nell’ultimo atto e nominato MVP delle Finals, è stato accolto come un messia. Tuttavia, quando gli è stato chiesto se il figlio fosse ormai il più forte ad aver mai vestito la maglia dei Knicks, Rick Brunson – assistente allenatore ed ex giocatore della franchigia – ha stoppato sul nascere ogni entusiasmo di parte.
“Nessuna mancanza di rispetto, amo mio figlio, ma Patrick Ewing è il più grande Knick che abbia mai visto”, ha dichiarato al microfono di ‘Inside the NBA’. Una dichiarazione, la sua, che pesa come un macigno nella discussione, specialmente se si considera che il centro giamaicano, nonostante undici convocazioni all’All-Star Game, non riuscì mai a portare l’anello a casa, perdendo le finali del ’94 e del ’99.
La scelta del padre, quindi, non è un atto di modestia familiare, ma la lucida ammissione di un debito storico che il semplice trofeo non può estinguere.
La rimonta come marchio di fabbrica: numeri e record di una conquista
Se si analizzano i cinque match contro la formazione guidata da Victor Wembanyama, emerge chiaro il tratto distintivo di questi Knicks: una capacità di soffrire e ribaltare i pronostici che rasenta l’irrazionale. La vittoria decisiva in Texas ha seguito il copione già visto nei precedenti successi, con New York capace di annullare uno svantaggio che, nel secondo quarto, aveva toccato quota 16 punti.
Una resilienza, quella mostrata da coach Mike Brown (a cui va il merito di aver tenuto alta la tensione nonostante una critica alle officiating dopo Gara 3), che ha stabilito un primato storico: i Knicks sono diventati la prima squadra nella storia delle Finals a rimontare svantaggi in doppia cifra in quattro partite diverse della stessa serie.
L’unica battuta d’arresto, arrivata al Madison Square Garden, aveva visto gli Spurs approfittare di una disparità di tiri liberi (24 a 8 nel solo secondo tempo) che aveva scatenato le proteste del tecnico, prontamente ridimensionate dai giocatori come Towns, i quali avevano preferito puntare il dito contro le palle perse e la mancata esecuzione. Nel momento decisivo, però, la solidità mentale del gruppo ha preso il sopravvento, facendo dimenticare le polemiche.
L’impatto del titolo: tra eredità Villanova e futuro da scrivere
L’eco di questo successo, va detto, non si ferma ai confini del tribunale di polvere di legno. La vittoria dei Knicks rappresenta il trionfo di un progetto costruito sulle solide fondamenta del legame tra Brunson, Josh Hart e Mikal Bridges, trio cresciuto insieme ai tempi di Villanova e ora capace di riportare l’eccellenza cestistica a New York.
Per una città che non festeggiava un titolo maschile dal lontano 2012 (quando a sfilare furono i Giants), questa parata assume i contorni di una catarsi collettiva, un bagno di folla che spazzerà via (almeno per un giorno) i ricordi dei canestri mortiferi di Jordan, Olajuwon e Duncan che hanno perseguitato generazioni di tifosi.
Se la discussione sul miglior giocatore di sempre rimarrà aperta – con Walt Frazier e Willis Reed, reduci dai successi del ’70 e del ’73, pronti a rivendicare il loro spazio – per le autorità cittadine conta solo un dato: mercoledì, per la prima volta, il canyon di Broadway risuonerà al ritmo di un pallone che rimbalza da campioni.




