Knicks, l’anello dopo 53 anni: Brunson trascina New York al titolo nba

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Ci sono volute cinque gare, una rimonta da 29 punti in gara-4 che resterà negli annali e una prestazione da 45 punti del suo capitano nell’atto conclusivo, ma la notte del 13 giugno 2026 ha infine restituito ai New York Knicks un titolo che mancava da cinquantatré anni. La vittoria per 94-90 sul parquet degli Spurs a San Antonio ha chiuso la serie sul 4-1, regalando alla franchigia dell’Empire State il terzo anello della sua storia dopo quelli del 1970 e del 1973.

Jalen Brunson, il playmaker dal talento cristallino arrivato quattro anni fa per cambiare il destino di una delle piazze più esigenti del basket mondiale, ha letteralmente trascinato i suoi, stabilendo un nuovo record di franchigia per punti segnati in una partita delle Finals. La sua prova, caratterizzata da 13 punti consecutivi nel quarto periodo, ha infranto il muro eretto da una solida difesa texana e ha restituito il sorriso a migliaia di tifosi accorsi in trasferta, trasformando il Frost Bank Center in una succursale del Madison Square Garden.

Un’altra rimonta firmata Brunson

A onor del vero, la serata non era iniziata sotto i migliori auspici per gli uomini di coach Mike Brown, dal momento che gli Spurs - guidati da un Victor Wembanyama autore di 19 punti e 14 rimbalzi - avevano costruito un vantaggio che nel secondo quarto aveva toccato la cifra consistente di 16 lunghezze. La sensazione, per certi versi, era che la lezione di gara-4 non fosse stata sufficiente a scalfire la solidità della squadra di San Antonio, che invece controllava il ritmo e intimidiva sotto canestro.

Tuttavia, il copione di questa serie - in cui i Knicks sono andati sotto in ogni singola gara-1 - si è ripetuto puntuale: Brunson, trovando la via del canestro con una facilità quasi surreale, ha orchestrato la rimonta nel secondo tempo, siglando 29 dei suoi 45 punti dopo l’intervallo lungo.

A differenza di quanto accaduto in gara-4, dove fu necessario un tap-in miracoloso di Anunoby allo scadere, stavolta la guardia di Villanova ha gestito il finale con la lucidità di un grande regista, infilando un tiro in sospensione a poco più di un minuto dal termine che ha fissato il vantaggio sul 90-88, un vantaggio che i suoi compagni hanno saputo amministrare dalla linea della carità.

L’impatto di una vittoria storica

L’euforia che ha avvolto la notte newyorkese - e che si è vista esplodere anche sugli spalti del Texas, dove i cori «Knicks in five» hanno zittito il pubblico di casa - è il termometro di un’attesa lunga oltre mezzo secolo, costellata di delusioni, sconfitte ai confini della realtà e quel pessimismo cosmico che solo i grandi centri urbani sanno alimentare.

Non è un caso, del resto, che il percorso netto di 16 vittorie e 3 sconfitte nei playoff firmato da questa squadra porti la firma di Mike Brown, un tecnico che in passato aveva già assaporato l’oro NBA come assistente proprio a San Antonio (nel 2003) e con i Golden State Warriors, e che ora viene accolto nell’albo d’oro degli allenatori capaci di rompere un digiuno cosi pesante.

La chimica del gruppo, inoltre, ha trovato linfa vitale nel trio dei «Nova Knicks» - Brunner, Mikal Bridges (14 punti) e Josh Hart (13 punti e 11 rimbalzi) - tre ex campioni NCAA a Villanova che hanno trasferito la loro alchimia nel professionismo, sostenendo l’urto fisico imposto da Wembanyama e dal rookie Dylan Harper, quest’ultimo miglior marcatore degli Spurs con 25 punti.

Le crepe nella corazzata texana

Se da un lato New York esulta per la rimonta completata, dall’altro San Antonio deve fare i conti con un’occasione sfumata nonostante una prova corale più che positiva per larghi tratti della partita, a eccezione di un ultimo quarto in cui l’attacco si è inceppato, segnando solo 18 punti. L’assenza di cinismo nei momenti cruciali ha penalizzato la squadra di Gregg Popovich, che pure poteva contare su un Wembanyama dominante a rimbalzo (14) e a muro (5 stoppate), ma che nei minuti decisivi ha sofferto la pressione difensiva dei Knicks.

La prova sottotono di Stephon Castle, rimasto a secco dal campo per quasi tutta la gara prima di una schiacciata nel finale, e le percentuali al tiro di De’Aaron Fox (3 su 15) hanno rappresentato un peso specifico troppo elevato anche per la profondità del roster texano.

Con migliaia di tifosi newyorkesi già pronti a invadere le strade di Manhattan - una scena che evoca le vecchie glorie di Willis Reed e Walt Frazier - la città che non dorme mai si è concessa una notte di delirio, consapevole che quel titolo sfuggito per decenni è finalmente tornato a casa, dove probabilmente era sempre dovuto stare.

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