L’anello dopo 53 anni, l’Italia di Fois sul tetto del mondo: i Knicks sono campioni Nba

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Redazione Sport Redazione Sport   -   New York può finalmente smettere di inseguire un fantasma che durava da cinquantatré anni, da quando cioè Willis Reed e compagni sollevarono l’ultimo titolo in un’era che sembrava ormai preistoria cestistica. La notte di San Antonio, al termine di Gara 5, ha restituito ai Knicks il trono della Nba, strappato agli Spurs con un secco 4-1 che però, va detto, racconta solo in parte la verità di questa serie.

Jalen Brunson, autore di 45 punti nell’ultimo atto, si è preso la scena e il premio di Finals Mvp, issandosi così in un club esclusivissimo: quello dei campioni al college (due volte con Villanova), alle superiori e infine tra i professionisti, una tripletta che lo accomuna a leggende come Bill Russell e Magic Johnson. E nel tripudio generale, con la città che si prepara alla parata con i coriandoli di carta prevista per giovedì 18 giugno lungo il Canyon of Heroes, c’è spazio anche per un pizzico di Italia, anzi per la Sardegna più autentica.

Da Olbia al Madison, la lunga notte del coach Riccardo Fois

L’anello al dito e la stanchezza addosso, quella che ti rimane addosso quando l’adrenalina è scesa e realizzi che il sogno è davvero realtà. Riccardo Fois, trentanove anni originario di Olbia, assistente nello staff di Mike Brown, ha raccontato a caldo le sue sensazioni: “È meglio che perderlo, come mi era successo a Phoenix nel 2021”, ha detto con il sorriso di chi ha aspettato cinque anni per una rivincita. Dopo la vittoria, solo un’ora di sonno, approfittando delle tre ore di volo di rientro dal Texas.

Lui, che era già stato in finale con i Suns (sconfitti da Milwaukee), stavolta ha visto il destino girargli intorno nel modo più dolce, diventando il terzo italiano nella storia a vincere il titolo Nba dopo Marco Belinelli (2014) e Sergio Scariolo (2019). E pensare che quando arrivò ai Knicks, la squadra veniva da anni bui, nonostante il Garden fosse già il tempio della pallacanestro mondiale.

Rimonte da record e una serie molto più combattuta del previsto

Il 4-1 nel punteggio finale non deve ingannare, perché San Antonio – guidata da un monumentale Victor Wembanyama (19 punti e 14 rimbalzi in Gara 5) e dal rookie Dylan Harper – ha messo i bastoni tra le ruote ai newyorkesi in ogni singola partita.

La caratteristica che ha contraddistinto questi Knicks, ribattezzati ormai “Comeback Knicks”, è stata la capacità di ribaltare situazioni disperate: in ben tre delle quattro vittorie hanno recuperato svantaggi in doppia cifra, inclusa una rimonta storica di 29 punti in Gara 4, la più larga mai registrata nella storia delle Finals.

Solo il presidente Trump, presente al Madison Square Garden per assistere all’unica sconfitta newyorkese della serie, aveva visto i suoi Knicks cedere il passo, ma per il resto è stato un dominio costruito sulla resilienza e sul talento cristallino di Brunson. Lo stesso Fois ha sottolineato l’importanza di aver vinto tre gare fuori casa contro una corazzata come San Antonio, elogiando la capacità dello staff di tenere il gruppo unito sotto pressione.

L’abbraccio di New York e il testimone italiano in panchina

Fois, che è anche assistente in Nazionale, ha parlato di cosa significhi vivere la pallacanestro a Manhattan: “Cammini per strada e vedi gente in giacca e cravatta che sotto indossa la canotta di Brunson. L’amore per i Knicks mette d’accordo tutte le generazioni, i colletti bianchi e i colletti blu”. Un fenomeno sociale che ha travolto anche le star: a fine partita, nello spogliatoio, c’erano Ben Stiller a filmare la festa insieme a Spike Lee, John Turturro e Timothée Chalamet, a testimonianza di come questa squadra sia riuscita a unire la città.

Per il coach sardo, questo trionfo rappresenta anche la continuità di un percorso iniziato dai suoi predecessori: “Ettore Messina e Sergio Scariolo hanno aperto la strada a ragazzi come me. Sento la responsabilità di portare avanti il testimone per altri allenatori italiani che arriveranno”. Una consapevolezza, la sua, maturata dopo anni passati a lavorare nell’ombra del player development a Phoenix e nel college basket, prima di trovare la dimensione tattica giusta a New York.

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