La Fed tiene i tassi fermi e Powell sfida la Casa Bianca: «Non mi dimetto, resto fino alla chiusura dell'indagine»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La tensione tra la Casa Bianca e la Federal Reserve raggiunge un livello di tensione istituzionale che non si vedeva dai tempi dello scontro tra Richard Nixon e Arthur Burns, con il presidente Jerome Powell che ha blindato la sua posizione al vertice dell'istituto centrale americano. Al termine dell'ultima riunione del Federal Open Market Committee, che ha lasciato i tassi di interesse invariati nel range tra il 3,5% e il 3,75%, Powell ha lanciato un messaggio chiaro e inequivocabile all'amministrazione Trump, dichiarando che non lascerà il board della banca centrale fintantoché l'indagine penale aperta dal Dipartimento di Giustizia nei suoi confronti non sarà definitivamente archiviata.

Una presa di posizione, quella del banchiere centrale, che arriva a poco più di due mesi dalla scadenza formale del suo mandato come presidente, prevista per metà maggio, e che complica ulteriormente i piani di chi, alla Casa Bianca, spinge per un ricambio ai piani alti della politica monetaria. La decisione di Powell di non fare un passo indietro, neppure di fronte alla minaccia di un procedimento giudiziario legato ai costi di ristrutturazione della sede centrale della Fed – un progetto da circa 2,5 miliardi di dollari – rappresenta una difesa d'ufficio non solo della propria persona, ma dell'autonomia stessa dell'istituto che guida dal 2018. La questione, infatti, non è meramente contabile o amministrativa, ma verte sul cuore del principio di indipendenza della banca centrale dalle ingerenze della politica, un principio che Powell ha rivendicato con forza spiegando come l'inchiesta sia di fatto un pretesto per punire la Fed per non aver allineato le sue decisioni sui tassi alle pressioni presidenziali.

Il nodo giudiziario e la strategia della permanenza

La mossa dell'amministrazione, che ha formalmente chiesto a un giudice federale di riconsiderare la recente sentenza che ha bloccato le citazioni in giudizio contro Powell, dimostra la volontà di non lasciar cadere il caso. Il giudice James Boasberg, in una decisione destinata a fare giurisprudenza, aveva già bollato l'inchiesta come infondata e dettata da ragioni politiche, offrendo un primo, significativo scudo giudiziario al presidente della Fed. La Procura di Washington, guidata da Jeanine Pirro, ha però annunciato ricorso, e questo contenzioso in corso è proprio la leva che Powell utilizza per giustificare la sua permanenza: finché la spada di Damocle dell'indagine penale penderà sulla sua testa, lui resterà al suo posto per difendere l'istituzione.

Non solo. Powell ha inoltre chiarito un altro aspetto cruciale per la successione, spiegando che, anche in caso di mancata conferma del suo successore designato, Kevin Warsh – ex governatore della Fed scelto da Trump – entro il 15 maggio, lui rimarrà in sella come presidente pro tempore, esattamente come previsto dalla legge e come già accaduto in passato in situazioni di stallo. Una dichiarazione che neutralizza qualsiasi tentativo di creare un vuoto di potere al vertice della banca centrale e che mette in luce le difficoltà che la nomination di Warsh sta incontrando in Senato, dove pure alcuni esponenti repubblicani hanno espresso perplessità proprio sulle modalità dell'indagine giudiziaria.

Lo scenario economico e la sfida sui tassi

Mentre il braccio di ferro legale e politico occupa le cronache, la Fed continua a navigare le turbolente acque dell'economia globale, aggravate dall'escalation militare in Medio Oriente e dal suo impatto sui prezzi energetici. La decisione di lasciare i tassi invariati, presa con un ampio consenso all'interno del board (11 voti favorevoli e uno contrario), arriva in un contesto di inflazione che si conferra "leggermente elevata" e che ha subito una revisione al rialzo nelle stime per l'anno in corso, attestandosi ora al 2,7%. Powell, nella conferenza stampa, ha sottolineato come le aspettative di inflazione nel breve termine siano aumentate proprio a causa del rincaro del petrolio legato alle interruzioni delle forniture, anche se quelle di lungo periodo rimangono ancorate all'obiettivo del 2%.

Questa scelta di politica monetaria, che privilegia la cautela e la lettura dei dati macroeconomici rispetto alla pressione politica per un taglio dei tassi che stimoli ulteriormente l'economia, è esattamente il punto di frizione con la Casa Bianca. Trump, che non ha mai nascosto il suo desiderio di una politica monetaria più accomodante, vede nella tenuta di Powell un ostacolo al suo disegno di crescita aggressiva. Il fatto che il mandato di Powell come governatore della Fed si estenda ben oltre la scadenza della presidenza, arrivando fino al gennaio 2028, gli offre una posizione di forza notevole: anche dopo l'eventuale insediamento di un nuovo presidente al suo posto, Powell potrebbe rimanere all'interno del board come semplice governatore, continuando a esercitare la sua influenza e a votare le decisioni di politica monetaria.

Lo scontro in atto, con l'amministrazione che tenta di utilizzare l'arma giudiziaria per scalzare un avversario e Powell che si barrica dietro le prerogative del suo ufficio e la legge, è destinato a tenere banco nei prossimi mesi. I mercati, intanto, osservano e registrano la resilienza dell'economia americana, che la Fed stessa ha definito in espansione a un ritmo sostenuto, ma non possono ignorare il clima di incertezza istituzionale che si addensa sulla banca centrale più potente del mondo. La posta in gioco, in questo confronto che ha dell'incredibile per i parametri storici della Repubblica americana, è nulla di meno che l'autonomia della politica monetaria.

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