Pamela Anderson e l'epatite C: «Mi restavano 10 anni di vita»
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Redazione Sport
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Pamela Anderson ha raccontato la sua battaglia contro l'epatite C e il momento in cui i medici le prospettarono una vita molto più breve: «Mi restavano circa 10 anni», ha ricordato durante il gala amfAR organizzato a Venezia. Per l'attrice canadese, diventata celebre in tutto il mondo con “Baywatch”, quella diagnosi aveva assunto il peso di una vera «sentenza di morte». La malattia infettiva, contratta alla fine degli anni Novanta, avrebbe condizionato profondamente una fase della sua vita che dietro l'immagine pubblica della star nascondeva paura e incertezza.
La diagnosi e la paura per il futuro dei figli
Il pensiero più difficile non riguardava soltanto la possibilità di morire. La preoccupazione centrale era ciò che sarebbe potuto accadere ai suoi figli, ancora piccoli quando arrivò la diagnosi. L'attrice ha spiegato che quella prospettiva influenzò le sue decisioni e sconvolse la sua esistenza, proprio perché in quel momento non disponeva ancora della risposta medica che avrebbe cambiato il decorso della malattia. Il virus era stato contratto condividendo aghi utilizzati per tatuaggi con l'allora marito Tommy Lee, circostanza che la star aveva reso pubblica negli anni successivi.
La svolta arrivò con lo sviluppo di nuove terapie contro l'infezione. Dopo anni segnati dalla prognosi ricevuta, nel 2015 la protagonista televisiva annunciò di essere guarita dopo essersi sottoposta a un trattamento approvato per combattere la patologia. Nello stesso periodo riferì di non avere danni al fegato. La guarigione trasformò una storia iniziata con una previsione drammatica in un'esperienza che l'interprete avrebbe poi scelto di raccontare anche pubblicamente, legandola alla sensibilizzazione sulla possibilità di accedere alle cure.
Il racconto al gala amfAR durante la Mostra di Venezia
Il discorso è arrivato il 6 settembre all'Hilton Molino Stucky, durante la sesta edizione del gala veneziano della fondazione impegnata nella ricerca contro HIV e Aids e nelle iniziative legate alla salute globale. In quell'occasione l'artista ha ricevuto l'Award of Courage, riconoscimento dedicato al suo percorso e al suo impegno. Sul palco ha respinto l'idea di essere definita attraverso la malattia, scegliendo invece una formula netta per descrivere ciò che è avvenuto dopo la cura: non una vittima, ma una vincitrice.
L'appuntamento benefico si è svolto nei giorni dell'83esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, dove la presenza dell'ex volto simbolo degli anni Novanta non era legata soltanto al gala. A Venezia è arrivata anche come interprete di “Place to Be”, il film di Kornél Mundruczó presentato fuori concorso, nel quale recita accanto a Ellen Burstyn e Taika Waititi. È una fase professionale segnata da nuovi ruoli cinematografici, dopo “The Last Showgirl”, la partecipazione al sequel di “Una pallottola spuntata” e il thriller familiare “Rosebush Pruning”.
La sua apparizione veneziana ha mostrato anche un'immagine distante dall'estetica che contribuì a renderla un'icona pop. A 59 anni ha scelto da tempo di presentarsi spesso senza trucco, privilegiando un aspetto naturale, mentre sul red carpet ha puntato su eleganza essenziale e acconciature ispirate alla vecchia Hollywood. Questo nuovo capitolo pubblico accompagna una carriera che conta oltre quaranta titoli tra cinema e televisione e che, negli ultimi anni, le ha aperto nuovamente le porte di produzioni internazionali e festival cinematografici.
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