Pamela Anderson all'amfAR di Venezia: «Epatite C, era una condanna a morte. Oggi sono una vincitrice»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   «Non sono una vittima, sono una vincitrice». Con queste parole, cariche di una determinazione che ha attraversato oltre vent'anni di battaglie personali, Pamela Anderson ha accolto l'amfAR Award of Courage durante la serata di gala organizzata domenica 6 settembre all'Hilton Molino Stucky, nella suggestiva cornice della Giudecca, in concomitanza con l'83esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

L'attrice e modella canadese, che ha da poco compiuto 59 anni, ha scelto l'evento di beneficenza per fare un bilancio a cuore aperto su uno dei capitoli più bui della sua esistenza, quello legato alla diagnosi di epatite C ricevuta quando la medicina non offriva ancora una via d'uscita.

La diagnosi e la «condanna a morte» che cambiò tutto

Era la fine degli anni Novanta quando Pamela Anderson scoprì di essere affetta dall'epatite C, un'infezione virale che in quel periodo non poteva essere curata efficacemente. Come ha raccontato dal palco veneziano, fu il medico a darle una prospettiva drammatica: probabilmente le restavano circa dieci anni di vita.

«Era una condanna a morte», ha ricordato l'attrice, sottolineando come quel verdetto non generasse in lei soltanto il terrore della morte, ma una paura ancora più profonda: l'idea di non poter vedere crescere i propri figli, Brandon Thomas e Dylan Jagger, che all'epoca erano piccoli. L'attrice ha ammesso che quella notizia «ha stravolto la mia vita» e, come ha confessato, «sono sicura che questo abbia influenzato e corrotto le mie decisioni».

La cura, il costo e il peso della vergogna

Il cammino verso la guarigione si è rivelato lungo e irto di ostacoli. Solo nel 2011 è stata trovata una cura per l'infezione e Anderson ha potuto sottoporsi a un trattamento antivirale, che ha definito «una fortuna» perché le è stato offerto quando la terapia era ancora nelle fasi iniziali. L'attrice ha però rivelato un dettaglio significativo: per accedere a quelle cure ha dovuto pagare di tasca propria l'intero importo, che ha prosciugato i suoi risparmi, poiché il farmaco non era ancora coperto dall'assicurazione.

Nel 2015 ha annunciato di essere «libera dall'epatite C». Tuttavia, come ha spiegato a Venezia, a quella gioia si è accompagnato un senso di colpa profondo per aver potuto permettersi una terapia che ad altri veniva negata. Oltre al peso economico e alla sofferenza fisica, Anderson ha portato alla luce un aspetto più intimo e doloroso, quello della vergogna, che ha collegato ai traumi dell'infanzia: «Mi sembrava che fosse inciso sulla mia fronte: "merce avariata". E mi presentavo come tale».

Il cinema come riscatto e il look da diva sulla Laguna

Dopo aver superato la malattia, Pamela Anderson ha intrapreso una nuova fase professionale, allontanandosi dagli stereotipi che l'avevano resa celebre. La sua recente carriera, segnata da ruoli in film come The Last Showgirl e Place to Be, presentato a Venezia, è vista dalla stessa attrice come uno strumento per esprimere la propria verità.

Durante l'evento, oltre al discorso toccante, l'attrice ha catturato l'attenzione per il suo stile: per il gala amfAR ha sfoggiato un lungo abito arancione con un mantello di raso, mentre per il red carpet ha scelto un completo lilla. I suoi capelli biondo platino, raccolti in un caschetto rétro con un'onda anni Cinquanta che richiamava lo stile di Marilyn Monroe, hanno conferito un tocco di glamour senza tempo alla serata veneziana.

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