Referendum, quanto basta: il voto su lavoro e cittadinanza si gioca sul filo del quorum
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Redazione Interno
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L’8 e il 9 giugno, venticinque milioni di italiani dovranno recarsi alle urne per decidere non solo il destino di cinque referendum abrogativi, ma anche la validità stessa della consultazione. Senza il quorum del 50% più uno degli elettori, infatti, il risultato sarà nullo, indipendentemente dalla volontà espressa da chi avrà votato. Un meccanismo che, come spesso accade in questi casi, rischia di trasformare l’astensione in un’arma politica, mentre i sostenitori del sì e del no si affrontano in una campagna sempre più serrata.
Dei cinque quesiti, quattro – promossi dalla Cgil – riguardano il mondo del lavoro, con l’obiettivo di abrogare alcune norme del cosiddetto jobs act, accusate di aver indebolito le tutele dei dipendenti. Il quinto, invece, punta a modificare la legge sulla cittadinanza, ancora basata sullo ius sanguinis, per renderla più inclusiva verso gli stranieri residenti. Gli elettori potranno scegliere se votare su tutti i referendum, su alcuni o su uno solo, ma l’invito è chiaro: partecipare, almeno per garantire che la consultazione abbia valore.
Mentre i comitati per il sì moltiplicano gli appelli contro l’astensionismo – come accaduto a Boville, dove un’iniziativa dello Spi Cgil ha richiamato oltre centocinquanta persone –, i partiti contrari ai referendum ribadiscono che l’abrogazione delle norme sul lavoro potrebbe rivelarsi un boomerang, privando i lavoratori di opportunità anziché restituire loro diritti. Una posizione che, se da un lato alimenta il dibattito, dall’altro rischia di confondere gli elettori, già poco informati su temi complessi.




