Referendum su lavoro e cittadinanza, il fronte diviso tra partiti e sindacati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre si avvicina la data del voto, fissata per domenica e lunedì, i cinque quesiti referendari su lavoro e cittadinanza continuano a polarizzare il dibattito politico e sindacale, rivelando fratture che vanno ben oltre le tradizionali divisioni ideologiche. Se da un lato la Cgil, principale promotrice della consultazione, spinge per una massiccia partecipazione, dall’altro la Cisl – guidata da Daniela Fumarola – ha scelto di non sostenere la chiamata alle urne, mentre la Uil, pur criticando il Jobs act, lascia libertà di scelta sugli altri temi.

Quello che inizialmente sembrava un banale problema di quorum – con il timore che la soglia del 50% più uno non venisse raggiunta – si è trasformato in una battaglia politica a tutto campo. Alcuni esponenti dell’opposizione, tra cui il segretario della Cgil Maurizio Landini, hanno colto un’inattesa spinta propulsiva nelle esortazioni all’astensione provenienti dal governo, interpretandole come un involontario incentivo a mobilitare gli elettori. "Meloni ha così tanta paura della partecipazione da temere l’esito del voto", ha dichiarato la segretaria del Pd Elly Schlein, ribadendo che "i diritti non hanno colore politico".

La premier, dal canto suo, ha annunciato che si recherà al seggio ma non ritirerà le schede, evitando così di contribuire al raggiungimento del quorum. Una mossa che ha definito "un dovere civico", aggiungendo che i referendum rappresentano "uno spreco di 400 milioni di euro". Affermazione smentita, però, da un’analisi di Pagella Politica, la quale ha evidenziato come lo stesso governo, nella relazione tecnica allegata al decreto Elezioni, avesse stimato il costo della consultazione in appena 88 milioni.

Intanto, la campagna elettorale assume toni sempre più aspri, con accuse reciproche tra chi invoca una maggiore partecipazione democratica e chi, invece, considera l’intera operazione un inutile diversivo. Quel che è certo è che, al di là delle posizioni ufficiali, il vero banco di prova sarà l’affluenza: un termometro non solo dell’interesse popolare verso i temi sollevati, ma anche della capacità delle forze politiche e sociali di coagulare consenso intorno a questioni che toccano diritti fondamentali.

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