La riforma della giustizia, un voto che ha diviso tutti
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Redazione Interno
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L’Aula del Senato, con il suo voto del 30 ottobre, ha non solo approvato una delle riforme più discusse degli ultimi decenni ma ha anche messo in scena, al di là delle appartenenze ufficiali, uno spaccato di divisioni trasversali che hanno scavalcato i confini tradizionali tra maggioranza e opposizione. Quel che è emerso, infatti, è un quadro politico inedito, dove le fratture si sono aperte all’interno di ciascun schieramento, rivelando alleanze e contrasti inaspettati. La discussione, che ha riguardato un testo rimasto sostanzialmente immutato attraverso le sue quattro letture, ha fatto emergere posizioni personali e storicamente radicate, dimostrando come la questione giustizia sia da sempre un terreno di confronto aspro e per nulla lineare.
Le sorprese nell'emiciclo
Tra i banchi del centrodestra, un voto contrario ha suscitato reazioni accese, in particolare quello di un legale di lungo corso di Silvio Berlusconi, il quale, schierandosi contro la riforma, ha generato un malcelato disappunto dentro Forza Italia. D’altro canto, a sinistra, figure di spicco come Claudio Petruccioli, la cui militanza affonda nel Pci e nel Pds, hanno invece sostenuto il provvedimento, agitando non poco le acque all’interno del Partito Democratico. Petruccioli, con la sua esperienza, ha ricordato come già al tempo della Bicamerale di Massimo D’Alema, tra il 1997 e il 1998, lui stesso e altri senatori avessero presentato emendamenti che miravano proprio a separare le carriere e a dividere il Consiglio superiore della magistratura in due sezioni distinte. Una presa di posizione, la sua, che evidenzia come il dibattito sulla necessità di riformare l’assetto della magistratura non sia affatto una novità e abbia attraversato, con alterne fortune, diverse stagioni politiche.
Il percorso della legge e il nodo referendario
Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025, il testo di legge costituzionale, che modifica il titolo II e IV della Parte II della Costituzione, introduce norme fondamentali sull’ordinamento giurisdizionale e istituisce la Corte disciplinare. L’approvazione, giunta in seconda votazione con una maggioranza assoluta ma inferiore alla soglia dei due terzi, rende ormai inevitabile il ricorso al referendum confermativo, un passaggio che conferirà l’ultima parola ai cittadini. Sia la coalizione di governo che le opposizioni, infatti, hanno già annunciato la loro intenzione di promuovere la consultazione popolare, la cui data è presumibilmente collocabile tra i mesi di marzo e aprile, trasformando così la riforma in una battaglia di consenso diretto con l’elettorato.
Le reazioni e il nuovo scenario
Le dichiarazioni seguite all’approvazione hanno immediatamente delineato uno scontro frontale. Da un lato, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito il traguardo come “storico”, mentre la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha espresso forti critiche, sostenendo che l’obiettivo sia quello di avere “le mani libere” sul sistema giudiziario. Lo scontro si è esteso anche all’Associazione nazionale magistrati, che ha manifestato la sua netta opposizione. Al di là delle posizioni ufficiali, ciò che appare chiaro è la fine di un’epoca per la magistratura, un mondo che si riteneva intoccabile e che ora si trova a confrontarsi con un cambiamento epocale, simbolicamente anticipato da affermazioni come quella di un pm noto per aver dichiarato, in una trasmissione televisiva, che un assolto dalle sue inchieste non era altro che un colpevole che era riuscito a sfuggire alla condanna.




