L'influenza non molla la presa in Basilicata e Campania, mentre il Piemonte resiste
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Redazione Salute
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La morsa dell'influenza stagionale, che dall’inizio del monitoraggio ha ormai colpito circa nove milioni e ottocentomila italiani, allenta progressivamente la sua pressione a livello nazionale, un dato confortante che non deve però indurre a sottovalutare le profonde differenze che si registrano da una regione all’altra. Mentre il tasso d’incidenza medio, infatti, è sceso dagli 12.7 casi ogni mille assistiti della terza settimana dell’anno agli 11.3 della quarta, con una stima di oltre seicentoventimila nuovi contagi nell’ultimo periodo di rilevazione, alcune zone del Paese continuano a mostrare un’intensità di diffusione del virus che destano non poca preoccupazione tra gli esperti. Le proiezioni, d’altronde, lasciano intendere che il picco possa non essere ancora del tutto superato, visto che si calcola un possibile arrivo a sedici milioni di casi complessivi entro il mese di maggio, di cui quasi due milioni riguarderebbero bambini e ragazzi fino ai quattordici anni d’età.
Il dualismo tra Nord e Sud nel quadro epidemiologico
Il bollettino, elaborato attraverso la rete di sorveglianza RespiVirNet dell’Istituto Superiore di Sanità, disegna una cartina d’Italia dalla lettura complessa, dove ai segnali di un generale miglioramento si contrappongono focolai di persistente alta circolazione virale. In questa geografia della malattia, la Basilicata rappresenta senza dubbio il caso più eclatante, avendo registrato un indice d’incidenza pari a 21.9 casi ogni mille assistiti, un valore che quasi raddoppia la media nazionale e che dimostra come il virus non accenni a diminuire la sua corsa in quella regione. Analoga, sebbene lievemente inferiore, la situazione in Campania, dove per la quarta settimana consecutiva l’intensità dell’influenza si mantiene nella fascia più alta, con un tasso di 20.7, in quella che può essere definita una sorta di tempesta perfetta per i servizi sanitari territoriali.
Le dinamiche regionali tra riprese e stabilità
A complicare ulteriormente il quadro, si inserisce il comportamento altalenante del contagio in altre aree, come nelle Marche, dove dopo due settimane di calo si è registrato un nuovo incremento dei casi che ha riportato la regione sopra la soglia media italiana. La rete di sorveglianza ha infatti misurato un rimbalzo dell’incidenza, passata da 10.5 a 12 casi ogni mille assistiti, il che corrisponde a circa diciottomiladuecento nuovi ammalati nello spazio di sette giorni, un segnale che indica come la combinazione dei virus influenzali con altri agenti patogeni responsabili di infezioni respiratorie acute possa ancora riservare sorprese. Dall’altro lato, a fare da contraltare a queste situazioni di criticità, si posiziona la stabilità osservata in Piemonte, una delle regioni che continuano a mantenere un’incidenza sotto la media, mostrando quindi una maggiore capacità di controllo nella diffusione delle sindromi.
La gestione clinica e i rischi di complicanze
La discesa del tasso d’incidenza ai livelli osservati alla fine di novembre costituisce un indicatore positivo, ma gli specialisti ricordano come la fase di uscita dall’ondata epidemica sia spesso caratterizzata da un rischio non trascurabile di complicanze, specialmente per le categorie più fragili. Il percorso della malattia, che in molti casi si risolve con riposo e terapie sintomatiche, può infatti evolvere verso forme più severe, come polmoniti, che rendono necessario un ricorso al pronto soccorso. La decisione di recarsi in ospedale deve essere ponderata e giustificata da sintomi specifici e persistenti, quali una difficoltà respiratoria marcata o una febbre molto alta che non risponde ai comuni antipiretici, situazioni nelle quali un intervento medico tempestivo diventa indispensabile per scongiurare esiti peggiori.




