Trump diserta il G20 in Sudafrica, Meloni a Johannesburg per il vertice

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre i leader mondiali convergono su Johannesburg per uno dei principali appuntamenti diplomatici dell'anno, l'assenza di uno di loro, quella del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, risulta più eloquente di qualsiasi discorso ufficiale. La sua decisione di non partecipare al summit, che per la prima volta si tiene in terra africana, solleva interrogativi sulle priorità della sua amministrazione in un momento delicato per gli equilibri internazionali. Se ne vanno molti, infatti, a ponderare le reali motivazioni dietro una scelta che, inevitabilmente, ridimensiona il peso politico del foro e ne altera le dinamiche, lasciando un vuoto che altri si affretteranno a colmare.

Il doppio impegno di Giorgia Meloni

In questo contesto, l'arrivo della presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, acquisisce un rilievo particolare. Atterrata all'aeroporto di Johannesburg dopo uno scalo tecnico a Sigonella, la premier si appresta a prendere parte ai lavori che vedranno al centro, tra gli altri, i temi da lei stessa fortemente voluti. Porta con sé, nel suo bagaglio diplomatico, l'iniziativa per la conversione del debito dei Paesi africani, lanciata in tandem con la presidente della Commissione europea, e la strategia del 'Piano Mattei', che punta a ridefinire le relazioni con il continente su basi nuove e collaborative. Al termine del vertice, il suo itinerario proseguirà in Angola, dove interverrà al vertice tra l'Unione europea e l'Unione africana, a dimostrazione di un impegno che non si esaurisce in un singolo appuntamento.

Le proteste delle donne sudafricane

La cornice del summit, tuttavia, è segnata da un malessere profondo che travalica i protocolli diplomatici. Proprio in concomitanza con l'arrivo delle delegazioni, centinaia di donne sudafricane hanno dato vita a uno "shutdown" nazionale, una protesta silenziosa e potentissima contro una piaga sociale che affligge il paese. Con gesti carichi di simbolismo, come adagiarsi sui marciapiedi simulando delle bare o sigillarsi la bocca, il movimento Women For Change ha chiesto che i femminicidi e le violenze di genere vengano dichiarati disastro nazionale. Hanno scelto la vetrina globale del G20 per accendere i riflettori su una nazione che, pur ospitando il consesso dei grandi, registra uno dei tassi di violenza contro le donne più allarmanti al mondo.

Le conseguenze dell'assenza americana

L'eco di queste manifestazioni, che chiedono giustizia con un'urgenza che la politica fatica a raccogliere, risuona dunque nei corridoi blindati del vertice. L'assenza di Trump, d'altro canto, delinea uno scenario in cui l'agenda americana sembra distaccarsi da quella collettiva, con ripercussioni che si misureranno sul medio periodo. Mentre l'Italia, attraverso la sua presidente, cerca di ritagliarsi un ruolo da protagonista nelle relazioni euro-africane, la macchina del G20 procede ugualmente, sebbene privata di un ingranaggio fondamentale. Le discussioni andranno avanti, gli accordi si cercheranno, ma il tavolo ne uscirà mutato, riflettendo le nuove, e forse più fragili, geometrie del potere globale.

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