I conti in sospeso di Infantino: lo stipendio da 6 milioni e la rivolta delle federazioni

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Dieci anni fa, l'estate del 2016, Gianni Infantino si insediava sulla poltrona che fu di Sepp Blatter, forte di un mandato da completare e di una promessa: quella di restituire trasparenza a una FIFA scossa dallo scandalo. Oggi, a pochi mesi da una rielezione che sembrava scritta, il presidente italo-svizzero si trova a fronteggiare una bufera che ha radici profonde, alimentata da voci di un futuro compenso da 30 milioni di dollari e da un progetto finanziario che ha messo in allarme le principali confederazioni.

Da 1,5 milioni a 6: l'evoluzione del compenso del numero uno FIFA

Il primo stipendio di Infantino, quello del 2016, fu fissato a 1,5 milioni di franchi svizzeri, una cifra che all'epoca aveva fatto già discutere per le trattative serrate con il comitato di vigilanza. Sepp Blatter, giusto per avere un termine di paragone, nell'ultimo anno della sua gestione ne aveva percepiti 3,3 milioni di euro.

La traiettoria del compenso di Infantino, tuttavia, ha seguito una china ascendente che non ha conosciuto soste: si è passati agli oltre 4,8 milioni di franchi del 2024, fino ai 5,2 milioni di euro toccati nel 2025, per un totale complessivo che, incrociando i bonus e le voci "altri compensi dichiarabili" emerse dai documenti fiscali americani, sfiora ormai i 6 milioni di euro l'anno.

Si tratta di una crescita quasi quadruplicata, che ha viaggiato di pari passo con l'impennata dei ricavi della FIFA, passati da 500 milioni a oltre 2,3 miliardi di euro in un decennio.

Il progetto FFE e la rivolta delle federazioni

A far precipitare la situazione, però, non è stato il salario del presidente, ma un'idea che è parsa a molti come un passo troppo lungo. Il progetto FIFA Forward Enterprise (FFE), che prevedeva l'apertura del capitale della società che gestisce i diritti commerciali e degli eventi a investitori privati, è stato ritirato da Infantino dopo che l'UEFA, l'AFC e la CONCACAF hanno minacciato il boicottaggio dei Mondiali.

Il piano, che avrebbe garantito a ogni federazione un bonifico di 20 milioni di dollari, è stato bollato come "squallido, segreto e opaco" dai legali di Ceferin. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata, però, la rivelazione del Times: secondo il quotidiano britannico, la posizione di vertice della FFE sarebbe stata riservata a Infantino stesso, con un assegno annuale di oltre 30 milioni di dollari per il dopo-presidenza. Uno stipendio, quello, che probabilmente non vedrà mai la luce, ma che ha innescato un effetto domino tra le federazioni.

La fuga dei fedelissimi e l'isolamento del presidente

Il Galles è stata la prima federazione a ritirare ufficialmente il supporto alla rielezione di Infantino, lamentando "carenze in materia di buona governance" e dichiarando che il presidente ha perso la fiducia. A ruota, sono arrivate le prese di distanza di Inghilterra, Finlandia e Georgia. Il sostegno che fino a pochi mesi fa sembrava granitico, forte del 200 federazioni pronte a votarlo, si è incrinato.

Lo stesso Mattias Grafström, il segretario generale che era considerato il braccio destro del presidente, è finito nell'occhio del ciclone, coinvolto nelle polemiche sulla governance dell'organizzazione. Infantino si è trincerato nel quartier generale di Rabat, in Marocco, circondato dai suoi più fedeli collaboratori, mentre le città americane che ospiteranno i Mondiali reclamano a gran voce i fondi promessi.

Una rielezione in bilico

Il quadro che emerge è quello di una presidenza che ha saputo portare la FIFA a livelli di fatturato stellari, ma che ora paga lo scotto di una gestione percepita come sempre più personalistica e lontana dagli interessi del calcio stesso. La famosa frase pronunciata da Infantino in campagna elettorale, "i soldi della FIFA sono i vostri soldi, non sono i soldi del presidente", risuona oggi come un monito.

L'appoggio dell'Africa e dell'America del Sud, che fino a ieri garantivano un'elezione senza intoppi, potrebbe non bastare più a scongiurare la nascita di un fronte compatto di opposizione. Il voto di marzo 2027 a Rabat si prospetta come uno snodo cruciale, un momento in cui la FIFA dovrà scegliere se proseguire sulla strada dell'iper-commercializzazione o tentare un ritorno a quella trasparenza che, dieci anni fa, sembrava l'inizio di una nuova era.

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