Dal Vesuvio a Cortina, la strada in discesa della sedicenne Giada D’Antonio
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Redazione Sport
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C’è una linea, lunga e impervia, che dal pendio del Vesuvio conduce direttamente alle piste olimpiche di Milano Cortina 2026, una traiettoria inaspettata che ha per protagonista Giada D’Antonio, sedicenne di San Sebastiano al Vesuvio, il cui nome è stato inserito – non senza suscitare polemiche – nella rosa delle atlete azzurre di sci alpino. La sua storia, di per sé, racconta di un Sud che non è solo mare e sole ma anche, seppur in un contesto minoritario, talento per gli sport invernali, coltivato attraverso trasferte estenuanti e una dedizione totale, lontana dai riflettori mediatici che di solito accompagnano i grandi eventi. La sua convocazione, per quanto anticipata, non è dunque un caso isolato ma il frutto, come spesso accade in questi casi, di un percorso fatto di gare minori e risultati progressivamente incoraggianti, osservati dai tecnici federali.
Le critiche di un’esperta del settore
A gettare un’ombra su quello che molti dipingono come un sogno sportivo, intervenendo nel programma “Radio Anch’io Sport” di Rai Radio 1, è stata Maria Rosa Quario, nota come Ninna, ex sciatrice di alto livello e madre della campionessa Federica Brignone, la quale ha espresso un netto dissenso sulla scelta operata dai selezionatori. “Non voglio fare polemica, ma non sono d’accordo con questa convocazione”, ha dichiarato Quario, aggiungendo che “lo sport è l’esempio massimo nella vita di meritocrazia”. Una posizione, la sua, che trova un argomento specifico nella presunta assenza di risultati diretti a sostegno della scelta: “Nelle gare che ha fatto confrontandosi con altre ragazze della squadra di Coppa Europa non le ha mai battute”, ha sottolineato, paventando il rischio che un inserimento così precoce in un contesto di massima pressione possa rivelarsi, in definitiva, un “boomerang” per la stessa atleta.
Il profilo di un talento precoce
Al di là delle contestazioni, che animano il dibattito sportivo nei mesi che precedono l’appuntamento olimpico, il profilo di Giada D’Antonio emerge con chiarezza: nata a Napoli nel maggio del 2009 e cresciuta alle pendici del vulcano, rappresenta una novità assoluta per lo sci alpino italiano, essendo la prima sciatrice napoletana a ricevere una chiamata per i Giochi Invernali. La sua età, appena sedici anni, ne fa una delle atlete più giovani del team azzurro, una “vera sorpresa” come viene definita in molti ritratti, la cui carriera è stata finora seguita principalmente dagli addetti ai lavori. La sua famiglia, elemento spesso cruciale per gli sportivi che provengono da regioni senza una tradizione consolidata negli sport invernali, viene descritta come un pilastro fondamentale, avendo sostenuto economicamente e moralmente le sue trasferte al Nord per allenarsi e gareggiare, permettendole di colmare la distanza geografica dai principali centri di allenamento.
Il contesto di una convocazione discussa
La discussione sollevata dalle parole di Quario tocca un nervo scoperto nello sport di élite, ovvero il delicato equilibrio tra la valorizzazione di giovani promesse, magari provenienti da bacini non tradizionali, e il rigoroso rispetto di parametri meritocratici basati esclusivamente sul confronto cronometrico e sui piazzamenti. Da una parte, c’è la volontà di guardare al futuro e di investire su un talento considerato promettente, inserendolo in un contesto stimolante per farlo crescare; dall’altra, persiste la necessità di premiare chi, in un dato momento, ha conseguito risultati migliori e più consistenti. È un dibattito antico, che si riaccende periodicamente in prossimità di ogni grande kermesse, e che vede spesso gli addetti ai lavori – allenatori, ex atleti, commentatori – schierarsi su fronti opposti, senza che una tesi prevalga nettamente sull’altra, perché entrambe partono da presupposti condivisibili ma applicati con diversa rigidità.




