Napoli-Bologna, la Curva A al Maradona: «Eravamo quattro amici al Var» e Marotta burattinaio
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Redazione Sport
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Nel corso del primo tempo della sfida tra Napoli e Bologna, giocata al Diego Armando Maradona, i riflettori si sono spostati, quasi inevitabilmente, dall’azione sul campo – dove i felsinei si erano portati in vantaggio per 0-1 – a quanto accadeva sugli spalti. Intorno al ventesimo minuto, infatti, la Curva A ha esposto una coreografia che, per intensità e chiarezza del messaggio, ha subito catalizzato l’attenzione. Al centro dell’immagine campeggia una caricatura di Beppe Marotta, presidente dell’Inter, raffigurato come un burattinaio che, dall’alto, muove i fili di alcune marionette: queste ultime, vestite con i simboli degli arbitri e dei dirigenti della Figc, appaiono prive di qualsiasi autonomia, ridotte a semplici esecutori di una regia occulta.
Lo striscione che fa il verso a un celebre tormentone
Sotto la raffigurazione, a completare l’opera, campeggia una scritta che già circolava nei giorni precedenti tra i gruppi organizzati: «Eravamo quattro amici al Var». Un testo che, evidentemente, riprende e deforma un celebre modo di dire legato alla movida e alle frequentazioni pericolose, calandolo però nel contesto delle ultime vicende giudiziarie che hanno scosso il calcio italiano. Nello specifico, la frase allude a un presunto sistema di scambi di favori, pressioni e decisioni pilotate, con il Var – lo strumento che avrebbe dovuto garantire maggiore trasparenza – trasformato in una stanza dei bottoni gestita da pochi adepti. I tifosi partenopei, con questa azione coreografica, hanno voluto lanciare un’accusa esplicita: secondo la loro lettura, non si tratterebbe più di errori arbitrali isolati, ma di una regia strutturata che avrebbe al vertice proprio il presidente dell’Inter.
La contestazione non si limita al campo
La scelta del momento – un match casalingo contro una squadra come il Bologna, certo non diretta rivale degli azzurri per lo scudetto – suggerisce che lo striscione non fosse una reazione estemporanea a un singolo episodio di gara. Piuttosto, si inserisce in un clima di tensione accumulato intorno all’inchiesta sulla cosiddetta “giustizia sportiva”, i cui sviluppi giudiziari degli ultimi mesi hanno portato alla luce intercettazioni e testimonianze. Nella coreografia compaiono, a margine, anche riferimenti visivi alla Serie A, alla Figc e alle piattaforme televisive che trasmettono il campionato: come a dire che l’intero sistema, dalla produzione del prodotto audiovisivo alla sua regolamentazione federale, sarebbe allineato a un unico centro di potere. I tifosi della Curva A, noti per una militanza politica e sociale molto marcata, hanno così trasformato il Maradona in una tribuna d’accusa, senza bisogno di parole: l’immagine del burattinaio Marotta che muove i fili degli arbitri è valsa più di molti comunicati ufficiali.
L’eco dell’inchiesta e il clima negli stadi
Va ricordato, per comprendere appieno la portata del gesto, che le recenti vicende giudiziarie – delle quali non è necessario qui ripetere ogni singolo passaggio procedurale – hanno restituito un quadro di relazioni opache tra dirigenti, designatori arbitrali e addetti ai lavori. Alcuni dialoghi finiti agli atti dell’inchiesta hanno alimentato il sospetto, tra la tifoseria di molte squadre (non solo napoletana), che le decisioni del Var non sempre fossero frutto di valutazioni tecniche immediate. Di qui, la scelta di evocare l’immagine dei “quattro amici”, un nucleo ristretto di persone che decidono a porte chiuse. Non si tratta, pertanto, di una semplice provocazione da stadio: la Curva A ha confezionato un messaggio politico-sportivo che intende incidere nel dibattito pubblico, fotografando uno stato di profonda sfiducia nei confronti della governance del calcio italiano. L’assenza di riferimenti espliciti alla partita in corso (se non nella tempistica espositiva) rende il gesto ancora più universale nel suo intento accusatorio.
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