Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, il costituzionalista Pisapia e quel "sì" che divide il campo largo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre l’Italia si prepara a tornare alle urne per l’appuntamento referendario del 22 e 23 marzo, il dibattito pubblico, lungi dal rimanere ancorato al dato tecnico-giuridico della riforma costituzionale voluta dal governo Meloni e dal ministro Nordio, si è trasformato in un campo di battaglia politico-culturale. I cittadini, come confermano le comunicazioni ufficiali di numerosi comuni italiani, tra cui Pisa e Calceranica al Lago, sono chiamati a esprimersi su un quesito dalla formulazione complessa che riguarda la revisione di ben sette articoli della Carta fondamentale e l’istituzione di una Corte disciplinare separata. Eppure, a gettare benzina sul fuoco di una campagna elettorale già di per sé rovente, è stato un colpo a sorpresa arrivato direttamente dalle retrovie del fronte progressista.

L’ex sindaco di Milano e stimato penalista Giuliano Pisapia, figura di spicco della sinistra italiana con un passato in Democrazia Proletaria e poi nel Partito Democratico, ha infatti rotto gli schemi annunciando la sua intenzione di votare “Sì” al referendum. Una presa di posizione che, rivelata in un’intervista al Giornale, ha immediatamente scatenato un vespaio di polemiche e, a dirla tutta, ha messo a nudo le contraddizioni di un’opposizione che fatica a trovare una linea condivisa sulla sostanza della riforma. La scelta di Pisapia, figlio di quel Gian Domenico che fu tra i padri nobili del Codice di procedura penale, non è affatto un fulmine a ciel sereno per chi conosce la sua storia di avvocato garantista, ma è stata vissuta come una vera e propria defezione, tanto che sui social e non solo sono piovuti insulti pesanti come “traditore” o peggio, come documentato da Libero Quotidiano, insinuazioni sulla sua salute mentale.

La posizione dell’avvocatura e il sostegno della Camera penale

D’altronde, le ragioni del “Sì” non sono certo una novità nel panorama forense italiano e affondano le loro radici in un dibattito che dura da decenni. A Genova, ad esempio, l’avvocata Fabiana Cilio, presidente della Camera penale ligure, ha ribadito con forza in queste settimane come la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti rappresenti un passo indispensabile per allineare l’Italia agli standard delle altre democrazie europee e per rendere il processo davvero equo, superando una promiscuità che risale all’epoca fascista. Le Camere penali, insieme a comitati come “Sì separa”, sostengono che questa riforma completi il percorso avviato con il nuovo codice di procedura penale del 1989, garantendo una maggior terzietà del giudice. In quest’ottica, il voto favorevole di Pisapia non è altro che la conseguenza logica di un percorso intellettuale e professionale coerente, che da sempre pone il garantismo e i diritti della difesa al centro del suo agire politico, come dimostra il suo impegno legale in processi celebri, da quello per il leader curdo Öcalan a quello per l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano.

Le reazioni e lo sbandamento nel centrosinistra

Dall’altra parte della barricata, però, il fronte del “No” si trova ora a fare i conti con una fronda interna che non accenna a placarsi. Se il Partito Democratico, con la segretaria Elly Schlein in testa, ha definito la riforma “uno sfregio alla Costituzione” e ha lanciato appelli accorati per fermare quella che viene dipinta come una deriva autoritaria, le voci di dissenso illustri come quella di Pisapia, ma anche di altri esponenti dem come Pina Picierno, rischiano di minare la compattezza del messaggio. La reazione del sindaco di Milano Giuseppe Sala, che pur rispettando le opinioni altrui ha ribadito il suo “No” accanto a Schlein, dimostra quanto la questione sia spinosa e quanto poco si stia discutendo del merito della riforma, ovvero di norme che secondo i suoi oppositori, come la CGIL e il Comitato per il No, non accelererebbero i processi ma anzi, triplicherebbero i costi e la burocrazia, minando l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo. La campagna elettorale, come osservato da vari commentatori, è ormai totalmente scivolata sul piano dello scontro ideologico, con il centrosinistra che cerca di dipingere il referendum come un plebiscito pro o contro il governo, mentre figure come Pisapia provano a riportare il dibattito sulla necessità di una giustizia “più giusta”.

Il voto e le sue regole pratiche

In questo clima di forte contrapposizione, gli uffici elettorali dei comuni italiani si stanno attrezzando per gestire l’affluenza, con aperture straordinarie previste per il rilascio dei duplicati delle tessere e dei documenti, come specificato dalle ordinanze comunali. I seggi osserveranno un orario continuato: aperti domenica 22 marzo dalle 7 del mattino alle 23 e lunedì 23 marzo dalle 7 alle 15. Un aspetto cruciale, spesso dimenticato nei dibattiti televisivi, è che trattandosi di un referendum confermativo su una legge costituzionale, non è richiesto il quorum: il risultato sarà valido e vincolante qualunque sia il numero dei votanti, e questo, come sottolineano i comitati per il No, rende ancora più determinante la mobilitazione per evitare che una minoranza decida per l’intero paese. Una circostanza che amplifica la responsabilità del voto di ognuno, in un appuntamento che si preannuncia spartiacque per l’assetto della giustizia italiana.

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