Il fronte del No e l’ira per il “Sì” di Pisapia: “Ormai è anziano, non è di sinistra”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una doccia fredda, per il composito fronte che si oppone alla riforma della giustizia in vista del referendum del 22 e 23 marzo, è rappresentata dalla presa di posizione di Giuliano Pisapia. L’ex sindaco di Milano, figura simbolo di quella sinistra che nel 2011 riuscì a strappare Palazzo Marino al centrodestra dopo un ventennio, ha infatti fatto sapere, con un laconico messaggio via WhatsApp al cronista de Il Giornale, che il suo voto sarà favorevole al “Sì”. Una scelta, la sua, che ha immediatamente scatenato reazioni astiose e insulti personali da parte di coloro che, all’interno del suo stesso campo politico, conducono la battaglia per il “No”.

Non è difficile comprendere le ragioni profonde di un disagio che, per molti, si trasforma in aperta ostilità. Pisapia, avvocato penalista di lungo corso e figlio di Gian Domenico Pisapia, il giurista che fu tra i padri del codice di procedura penale del 1989, non è nuovo a posizioni garantiste che talvolta travalicano gli steccati partitici. Nel 2001, quando sedeva in Parlamento tra le file di Rifondazione Comunista, presentò insieme a Giovanni Russo Spena un disegno di legge che già conteneva il principio della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri: un dettaglio, questo, che rende la sua attuale dichiarazione di voto il frutto di una coerenza decennale piuttosto che di una conversione dell’ultima ora, come pure qualcuno vorrebbe far credere.

Eppure, nonostante questo pedigree politico e professionale che dovrebbe metterlo al riparo da certe accuse, l’ex primo cittadino è finito nel mirino degli ultras del “No”. Sui social network e nelle chat, si leggono commenti che rasentano l’aggressione verbale: lo danno per “traditore”, negano la sua appartenenza alla sinistra o, peggio, attribuiscono la sua scelta a presunte infermità legate all’età. Reazioni che, nella loro brutalità, finiscono per confermare quanto di paradossale alberghi in questa campagna referendaria, dove il merito di una riforma che introduce la separazione delle carriere – obiettivo storico di ampie aree del garantismo di sinistra – viene spesso sacrificato sull’altare della contrapposizione frontale al governo guidato da Giorgia Meloni.

L’altro volto del progressismo: avvocati e giuristi per il “Sì”

L’annuncio di Pisapia, lungi dall’essere un episodio isolato, ha invece dato voce e vigore a una galassia di personalità del mondo progressista che da tempo guardano con favore alla riforma. Tra loro, l’avvocata penalista Paola Ponte, che non ha esitato a raccogliere l’eredità morale del “Sì” spiegando come la separazione delle carriere rappresenti un atto di civiltà giuridica, un tassello fondamentale per completare quel rito accusatorio introdotto proprio dal codice voluto dal padre di Pisapia. Insieme a lei, altre figure di spicco come la costituzionalista Marilisa D’Amico, già prorettrice dell’Università Statale di Milano, e l’avvocato Mirko Mazzali, già consigliere comunale con Sinistra Ecologia e Libertà, hanno deciso di sostenere pubblicamente il “Sì”, costituendo persino un comitato battezzato “Progressisti per il Sì”.

Queste voci, che si levano da un ambito politico e culturale tradizionalmente associato al centrosinistra, raccontano di un disagio profondo verso la deriva ideologica impressa al referendum. La loro tesi, suffragata da competenze tecniche, è che la riforma non rappresenti un attacco alla Costituzione, come sostengono i suoi detrattori, ma piuttosto il completamento di un percorso avviato decenni fa e che mira a rendere il processo più equo, separando nettamente il ruolo di chi giudica da chi sostiene l’accusa.

La reazione istituzionale e il silenzio dei pm garantisti

Dal fronte opposto, le reazioni sono state tutto sommato caute, almeno a livello istituzionale. Il sindaco di Milano Beppe Sala, successore di Pisapia e convinto sostenitore del “No”, ha evitato di alimentare polemiche dirette, dichiarando di “rispettare totalmente ogni opinione” e di non voler trasformare il voto in una “questione ideologica”. Un tentativo, il suo, di contenere i danni di una spaccatura che appare ormai evidente, anche perché, come sottolinea Paola Ponte, nel mondo dei magistrati esiste una quota – seppur minoritaria – di coloro che voteranno “Sì”, ma che preferiscono non esporsi per timore di un clima giudicante e asfissiante.

Al netto delle schermaglie politiche, resta il fatto che la scelta di Pisapia e degli altri progressisti ha il merito di riportare l’attenzione sul contenuto della riforma, in una campagna che rischia di essere ricordata più per gli insulti personali – “traditore”, “anziano”, “malato” – che per un confronto serrato e argomentato sui destini della giustizia italiana. E se da un lato il centrodestra, con esponenti come l’assessore regionale Gianluca Comazzi, plaude a una presa di posizione che “dimostra che quando si tratta di valutare riforme necessarie è possibile andare oltre le appartenenze politiche”, dall’altro rimane aperta la questione di come ricucire uno strappo che, a sinistra, appare ogni giorno più profondo.

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