Il sì di Pisapia al referendum e gli insulti arrivati dai “puri e duri” del fronte del No
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Un messaggio secco, due parole scaricate su WhatsApp nella tarda serata di giovedì, e il fronte del No, quello che nelle ultime settimane si era compattato attorno all’idea di bocciare la riforma della Giustizia, si è ritrovato con una falla apertasi nello scafandro, una falla attraverso la quale l’acqua è cominciata a penetrare copiosa. Giuliano Pisapia, l’ex sindaco di Milano che nel 2011 riuscì a strappare Palazzo Marino al centrodestra dopo vent’anni di egemonia, ha fatto sapere a un cronista del Giornale che lui, al referendum confermativo del 22 e 23 marzo, voterà Sì. E se per molti questa presa di posizione è apparsa come una doccia fredda, per una certa frangia di militanti, quelli che amano definirsi i puri e duri della sinistra, l’annuncio ha rappresentato qualcosa di più grave di un semplice disappunto: è stato vissuto alla stregua di un tradimento, e come tale è stato ripagato con una valanga di insulti, tutti da registrare, dai più blandi ai più violenti, nelle chat e nei commenti social che da venerdì mattina bollono di indignazione.
Non è difficile, del resto, immaginare lo smarrimento di chi per anni ha visto in Pisapia un punto di riferimento dell’area progressista, un uomo capace di unire sotto le sue ali elettori moderati e anime più radicali. Eppure, il copione che si sta consumando in queste ore di vigilia referendaria sembra scritto su due registri opposti: da un lato gli improperi di chi lo accusa di aver voltato le spalle ai valori condivisi, bollandolo come “non più di sinistra” o, peggio, adombrando persino presunte fragilità legate all’età per spiegare una scelta che non si comprende -2; dall’altro lato, la reazione di chi, invece, nella sinistra ci sta eccome, ma quella sinistra garantista e laica che non ha mai fatto della giustizia un fortino da difendere acriticamente, e che anzi in queste ore si sta stringendo attorno alla sua decisione riconoscendone la profonda coerenza.
L’eredità del padre e l’anima del giurista che hanno scavalcato il politico
A ben vedere, e al di là delle reazioni viscerali, il voto di Pisapia non dovrebbe sorprendere più di tanto chi ne conosce la biografia, una biografia che incrocia da sempre il diritto con la politica. Perché Giuliano, prima ancora che sindaco o parlamentare di Rifondazione Comunista, è un avvocato penalista, e non uno qualunque: è il figlio di Giandomenico Pisapia, il professore che negli anni Ottanta mise mano al codice di procedura penale, quel testo che nel 1989 introdusse in Italia il rito accusatorio, cambiando per sempre il volto del processo. Ecco, per l’ex primo cittadino milanese, sostenere oggi la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri significa in fondo portare a compimento quel percorso avviato decenni fa dal padre, quasi un atto dovuto verso quella riforma epocale che proprio nella distinzione dei ruoli avrebbe trovato il suo logico coronamento.
Chi ha avuto modo di incrociarlo negli anni passati, quando ancora non era finito nel mirino degli ultras del No, ricorda le sue battaglie per una giustizia più veloce e davvero garantista, valori che ha messo nero su bianco persino in un libro scritto a quattro mani con l’attuale Guardasigilli, Carlo Nordio, e pubblicato nel 2010. Insomma, in questo frangente, sul Pisapia politico ha prevalso il Pisapia giurista, uno che l’aula di giustizia l’ha frequentata per una vita, che ha difeso imputati eccellenti e che conosce benissimo i limiti di un sistema in cui l’accusa e la difesa, almeno sulla carta, dovrebbero giocare una partita alla pari ma troppo spesso si trovano su un campo inclinato. E se è vero che nel 2021 non aveva esitato a criticare l’Associazione Nazionale Magistrati quando questa si oppose alla riforma Cartabia, dicendo che certe resistenze facevano tornare indietro l’orologio della storia, la sua posizione attuale appare allora come il punto di arrivo di un ragionamento che dura da anni, piuttosto che un fulmine a ciel sereno.
Sala e gli altri: il centrosinistra si divide ma cerca di non rompersi
A Milano, città nella quale la politica si osserva spesso come se fosse un laboratorio, la crepa è ancora più visibile. Perché se Pisapia dice Sì, il suo successore a Palazzo Marino, Beppe Sala, si schiera senza tentennamenti per il No, e lo fa con una nettezza che non lascia spazio a interpretazioni: parteciperà alla chiusura della campagna referendaria insieme alla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, in una piazza milanese che si preannuncia affollata di sostenitori del fronte contrario alla riforma. Sala, interpellato sulla scelta del suo predecessore, ha usato parole misurate, quasi di circostanza, parlando di rispetto per le opinioni altrui e invitando a non trasformare la consultazione in una questione ideologica.
Eppure, dietro la cortina della diplomazia istituzionale, è facile scorgere l’imbarazzo di una coalizione che si scopre spaccata proprio sul merito di un quesito referendario, quello sulla separazione delle carriere, che un tempo era cavallo di battaglia anche di pezzi della sinistra più avanzata. Non è un caso, infatti, che accanto a Pisapia si stiano schierando figure come il consigliere regionale del Pd Pietro Bussolati, il quale ha ricordato come, conoscendo i pensieri dell’ex sindaco, non avesse mai avuto dubbi sul suo orientamento al voto, o come l’europarlamentare Pina Picierno, che non ha esitato a definire Pisapia un uomo coerente e di sinistra con una solida cultura del diritto. E ancora, tra i progressisti che appoggiano il Sì, si contano giuristi come Marilisa D’Amico e avvocati che con Pisapia hanno condiviso battaglie civili, a dimostrazione che l’area del “Sì progressista” esiste e non è affatto residuale.
La reazione della rete e l’amarezza per gli attacchi personali
Ma mentre i politici e i professionisti dibattono sui principi, la rete, si sa, segue dinamiche diverse, assai meno nobili e decisamente più feroci. L’annuncio del voto, arrivato peraltro attraverso un messaggio privato a un giornale considerato distante dalla sensibilità di sinistra, ha scatenato una ridda di commenti velenosi nei confronti di Pisapia. “Traditore” è l’epiteto più lieve che gli è stato rivolto, ma ce ne sono stati di peggiori, di quelli che lasciano il segno e che rivelano una povertà di argomenti non indifferente: c’è chi ha scritto che non è mai stato veramente di sinistra, chi ha malignato sul fatto che abbia scelto di comunicarlo a “un giornalaccio” di destra, e persino chi, con un gusto per il basso che lascia interdetti, ha accennato a presunte malattie senili per giustificare quella che, a conti fatti, è semplicemente una scelta meditata e consapevole.
Attacchi, questi, che hanno il sapore amaro della faziosità e che spostano il confronto dal merito delle questioni – la riforma della giustizia, il funzionamento dei processi, l’equilibrio tra i poteri – al terreno viscido della polemica personale e dell’insulto gratuito. Una deriva che lo stesso Pisapia, con la sua consueta sobrietà, sembra aver voluto evitare fin dall’inizio, limitandosi a quel laconico “Voto sì” senza aggiungere spiegazioni o repliche, consapevole che qualsiasi parola in più sarebbe stata probabilmente strumentalizzata in una campagna referendale che, a una settimana dal voto, si fa sempre più aspra e spigolosa. E mentre il centrosinistra cerca di ricucire lo strappo e di convivere con le sue contraddizioni, i riflettori restano accesi su Milano, dove il 22 marzo si incroceranno i destini politici di due sindaci – uno in carica e uno passato – che guardano alla giustizia con occhi diversi, ma con la stessa, innegabile, onestà intellettuale.




