Il segretario generale Mark Rutte: «In Europa spesa per la difesa aumentata del 20%»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è soltanto una questione di percentuali sul Pil, sebbene siano proprio quelle, ieri, a restituire la fotografia più nitida di un cambiamento epocale negli equilibri di bilancio italiani. Il rapporto annuale della Nato, presentato dal segretario generale Mark Rutte, ha certificato un dato che rischia di passare quasi in sordina tra le polemiche politiche: l’Italia ha incrementato la spesa per la difesa di ben dodici miliardi di euro in un solo anno, passando dall’1,52% del 2024 al 2,01% del Pil nel 2025. Un balzo, questo, che porta il nostro paese all’interno della ristretta cerchia degli alleati che centrano l’obiettivo minimo richiesto dall’Alleanza, sebbene qualcuno – come si dice in questi casi – lo faccia per il rotto della cuffia.

A fornire il contraltare politico a questi numeri, però, è il perdurare di un malumore che dalla Casa Bianca non accenna a diminuire. Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, si è detto ancora giovedì scorso «molto deluso» dagli alleati atlantici, accusandoli di non aver fatto «assolutamente nulla». La scintilla, questa volta, è stata il rifiuto dei paesi del Patto di unirsi a Stati Uniti e Israele nel conflitto contro l’Iran: una scelta motivata dalla considerazione che quella «non è la nostra guerra». Per Trump si è trattato di un vero e proprio test, come ha scritto sulla sua piattaforma Truth, un’occasione in cui la Nato avrebbe potuto dimostrare concretamente il proprio sostegno.

In Italia, l’impennata della spesa militare – quella che Rutte ha definito come una trasformazione della “spesa sociale in proiettili” – sta già producendo profonde crepe nel quadro dell’opposizione. Il dato, infatti, è diventato immediatamente un campo di battaglia politico. Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, ha aperto le ostilità con un post su X in cui contestava duramente l’operato del governo Meloni, focalizzando l’attenzione proprio su quei dodici miliardi di euro in più destinati al riarmo in un solo anno. Una critica, la sua, che non ha tardato a ricevere una replica altrettanto asciutta da parte di Carlo Calenda, il quale ha risposto a tono ricordando all’avversario politico il proprio passato di “scodinzolamento” nei confronti dell’amministrazione Trump.

La frattura nell’opposizione e il nodo della spesa militare

Quello che appare evidente, al di là del botta e risposta social, è il riflesso di una frattura destinata a pesare nei prossimi mesi. La polemica sulla difesa, infatti, arriva in un momento delicatissimo per le forze di opposizione, proprio mentre Elly Schlein sta tentando di ricomporre le divergenze interne in vista di un possibile ribaltone politico. E il tema dei miliardi destinati alle armi, laddove il governo ha scelto di aumentare la dotazione finanziaria per il settore “difesa” gonfiando i bilanci delle imprese del comparto, si sta rivelando uno degli scogli più difficili da aggirare.

Non si tratta di una disputa meramente ideologica, ma di una divergenza concreta su come interpretare le priorità economiche del paese. Da un lato, i numeri forniti dalla Nato parlano chiaro: l’Italia nel 2025 ha raggiunto la soglia del 2 per cento del Pil calcolato sui prezzi del 2021, un obiettivo che solo l’anno precedente era distante quasi mezzo punto percentuale. Un incremento, quello registrato, che ha trovato una sintesi eloquente nella nota diffusa da Stefano Patuanelli, il quale ha sottolineato la portata dello spostamento di risorse pubbliche.

La fotografia del riarmo europeo secondo Rutte

Lo scenario delineato dal segretario generale Rutte, d’altronde, va ben oltre i confini nazionali. L’Europa, nel suo complesso, ha registrato un aumento della spesa per la difesa del 20 per cento: un segnale che Mark Rutte ha voluto evidenziare come risposta strutturale a un contesto internazionale sempre più complesso. Le stime preliminari fornite dall’Alleanza mostrano un continente in trasformazione, dove le risorse vengono progressivamente dirottate verso l’industria militare.

Per l’Italia, questo ha significato un esborso di circa 45 miliardi di euro nel corso del 2025, una cifra che rappresenta un cambio di passo significativo rispetto al passato recente. La scelta di fondo, quella di spostare sempre più soldi dalla spesa sociale alla produzione di proiettili e armamenti, sembra ormai una linea di politica economica consolidata dall’esecutivo, come del resto dimostra la progressione delle cifre contenute nel report presentato ieri.

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