El Niño, cosa dice davvero la scienza dietro l'allarme mediatico
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Redazione Esteri
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Ogni volta che nei bollettini dei centri di ricerca internazionali compare il nome di El Niño, i titoli dei media di mezzo mondo si rincorrono prospettando scenari meteorologici estremi, inverni glaciali o estati torride. Negli ultimi mesi, in particolare sulla stampa britannica e internazionale, si è assistito a una nuova ondata di allarmismo legata a questo fenomeno ciclico del Pacifico equatoriale.
Eppure, la definizione scientifica è molto più circoscritta di quanto lasciano intendere le cronache: El Niño è un'anomalia della temperatura superficiale del mare nel Pacifico centro-orientale, che si accompagna a un indebolimento degli alisei e a una redistribuzione globale di calore e precipitazioni.
Un fenomeno ciclico, non un evento apocalittico
L'Organizzazione Meteorologica Mondiale, che monitora il sistema accoppiato oceano-atmosfera noto come ENSO, colloca El Niño all'interno di un ciclo naturale che alterna una fase calda, una fase fredda chiamata La Niña e una fase neutra. Le transizioni tra questi stati avvengono in media ogni due-sette anni, con sviluppi che iniziano tra marzo e giugno e raggiungono il picco tra novembre e febbraio. Un episodio caldo può durare fino a diciotto mesi, mentre la fase opposta può protrarsi anche per tre anni.
La stessa agenzia delle Nazioni Unite non utilizza l'espressione «Super El Niño», diffusa invece con disinvoltura sui giornali, perché non fa parte delle classificazioni operative standardizzate.
Gli effetti sono regionali e dipendono dall'intensità
Le conseguenze di un episodio caldo non sono uniformi né automatiche. La stessa WMO precisa che gli impatti variano in base all'intensità, alla durata, al periodo dell'anno in cui il fenomeno si sviluppa e all'interazione con altri modi di variabilità climatica, come il dipolo dell'Oceano Indiano.
L'Agenzia ItaliaMeteo, nel suo approfondimento più recente, sottolinea che non è corretto attribuire automaticamente a El Niño ogni anomalia meteorologica che interesserà l'Italia nei prossimi mesi, poiché gli effetti sull'Europa sono generalmente più complessi e meno diretti rispetto a quelli osservati in altre regioni del mondo.
L'impatto sul continente europeo rimane indiretto e limitato, come confermato anche dalle analisi dell'ANSA, che cita il meteorologo Edoardo Ferrara: la risalita dell'anticiclone africano è legata alla circolazione atmosferica euro-atlantica, non direttamente al fenomeno pacifico.
L'allarme Unicef e il quadro economico dell'Ocse
Le preoccupazioni più fondate riguardano invece le regioni tropicali. Secondo le stime dell'Unicef, almeno 25,8 milioni di bambini in America Latina e nei Caraibi, circa uno su sette, sono esposti a rischi crescenti legati a siccità e inondazioni mentre il fenomeno si intensifica.
Le proiezioni dell'organizzazione delle Nazioni Unite indicano che nel Corridoio Secco centroamericano le precipitazioni potrebbero ridursi, compromettendo la produzione agricola e l'accesso al cibo, mentre lungo le coste pacifiche del Messico e del Sud America si prevedono piogge superiori alla media con conseguenti rischi di alluvioni e danni alle infrastrutture scolastiche e sanitarie.
Sul fronte economico, l'Ocse ha inserito tra i rischi al ribasso per la crescita mondiale gli shock dell'offerta connessi a condizioni climatiche avverse dovute a un episodio particolarmente intenso di El Niño. Nel rapporto intermedio di settembre, l'organizzazione parigina stima che i prezzi alimentari potrebbero risultare superiori del 10 per cento rispetto alle proiezioni di riferimento nel 2027, con effetti negativi contenuti sulla produzione, pari a circa un quarto di punto percentuale di Pil, nelle economie particolarmente esposte a un evento molto intenso.
Si tratta di numeri significativi, ma lontani dagli scenari catastrofici che spesso accompagnano la copertura mediatica del fenomeno.
Le previsioni per i prossimi mesi
I bollettini stagionali della WMO indicano che l'episodio attuale, dichiarato ufficialmente a giugno, dovrebbe rafforzarsi durante l'autunno boreale e raggiungere il picco tra la fine del 2026 e l'inizio del 2027. Le previsioni multimodello dei principali centri mondiali mostrano una convergenza significativa, con anomalie medie stagionali della temperatura superficiale del mare che dovrebbero superare i due gradi centigradi nelle regioni monitorate del Pacifico equatoriale.
La segretaria generale della WMO, Celeste Saulo, ha dichiarato che il fenomeno «aumenterà le probabilità di siccità e forti precipitazioni, così come i rischi di ondate di calore terrestri e marine in molte regioni del mondo».
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