L’hantavirus, la paura e quel circo mediatico già visto
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Redazione Salute
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Il mare, si sa, non restituisce solo le navi ma a volte anche i traumi che credevamo di aver saldamente archiviato sotto il tappeto della memoria collettiva, insieme alla polvere sottile e a quelle ormai celebri FFP2. L’epidemia che sta tenendo banco nelle cronache internazionali – quella legata al focolaio di hantavirus sulla nave da spedizione polare Hondius, ormeggiata a Tenerife – sta infatti risvegliando un lessico che associavamo al triennio infernale del Coronavirus: quarantene, tracciamenti, isolamento e tute isolanti. E se da un lato i numeri parlano chiaro (bassa contagiosità e trasmissione limitata a contatti strettissimi), dall’altro il meccanismo dell’allarme globale sembra essersi innescato con una precisione quasi chirurgica, riproponendo gli stessi copioni che avevamo imparato a riconoscere durante la gestione della precedente pandemia. Il sospetto, avanzato da diverse voci critiche come quella di Maddalena Loy, è che il "circo Covid" sia già stato riaperto, alimentato da campagne mediatiche roboanti e dalla solita giostra di annunci su presunti vaccini già pronti, anche quando – come ha recentemente chiarito il ministero della Salute – per questo specifico ceppo una profilassi vaccinale non esiste ancora o non è disponibile sul territorio.
La vicenda che ha portato alla ribalta il virus, partito "dalla fine del mondo" in Patagonia, è costellata da episodi di cronaca che, se letti con lucidità, restituiscono l’immagine di un’umanità incredibilmente fragile e talvolta paradossale. C’è una coppia, rientrata dall’Africa australe, che simboleggia forse la contraddizione più alta della nostra epoca post-pandemica: la donna, pur consapevole di sintomi evidenti e della gravità della situazione, ha intrapreso viaggi aerei internazionali, sedendosi accanto ad altri passeggeri in spazi angusti, fino a essere fermata perché visibilmente in condizioni critiche e morire il giorno dopo. Questo comportamento, lungi dall’essere un caso isolato, racconta di una frattura profonda tra la responsabilità individuale e la smania di mobilità, un paradossale rifiuto della "fraternità" sanitaria che durante il Covid aveva imposto sacrifici epocali. Accanto a questa, la cronaca registra la solita ridda di ipotesi complottiste e la psicosi sociale, con la Farnesina e le autorità sanitarie italiane costrette a monitorare quattro cittadini risultati asintomatici saliti su un volo KLM a Johannesburg dove, per pochi minuti, era salita la donna poi deceduta.
La liturgia della paura e il virus della disinformazione
Ciò che appare più sinistro, in questo contesto, non è tanto la pericolosità oggettiva dell’**hantavirus**, un patogeno zoonotico noto da decenni e che causa forme severe solo in specifiche varianti (come quella americana, con un tasso di mortalità che può superare il 30% colpendo i polmoni), quanto piuttosto la velocità con cui viene riesumata quella che qualcuno ha definito la "liturgia della paura". Il vero alleato del virus, paradossalmente, rischia di essere proprio il populismo antiscientifico e la disinformazione che avevano già caratterizzato la fase acuta del Covid; solo che oggi, a distanza di anni, gli attori sembrano aver cambiato ruolo. Se una volta si negava l’esistenza del pericolo, oggi se ne amplifica la portata senza contestualizzarla, dimenticando che – come ha tenuto a sottolineare il capo del Dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute, Mara Campitiello – non esiste alcun rischio di una nuova pandemia. La diffusione avviene principalmente attraverso saliva, urina e feci di roditori, e solo in minima parte per via aerea, richiedendo contatti prolungati e ravvicinati; una differenza sostanziale, quest’ultima, rispetto alla velocità di trasmissione del Sars-CoV.
I riflettori si accendono dunque su scenari che paiono costruiti ad arte per intrattenere un pubblico ormai assuefatto ai drammi sanitari. Il mondo scientifico, rappresentato in trincea da virologi come Matteo Bassetti e Roberto Burioni, si divide tra chi invita a non abbassare la guardia (sottolineando la letalità del ceppo "Andes", capace di trasmettersi da uomo a uomo) e chi invece chiede di non trasformare ogni episodio in una nuova psicosi collettiva. E mentre i governi, come quello spagnolo, coordinano le evacuazioni controllate dei passeggeri ancora a bordo della nave-lazzaretto – molti dei quali sono stati trasferiti in voli militari per essere riportati a casa – la popolazione osserva la scena con un misto di rassegnata curiosità e autentico timore, dimenticando forse che l’hantavirus, per quanto temibile in singoli casi, non ha la struttura genetica né la trasmissibilità per innescare un collasso globale come quello che abbiamo già vissuto.




