Milano Cortina 2026, l’Italia chiude con trenta medaglie e dieci ori: è record

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La domenica finale dei Giochi invernali, quella del 22 febbraio, ha consegnato alle statistiche un dato destinato a restare negli annali dello sport italiano: trenta podi complessivi, dei quali dieci tingendosi del colore più pregiato. Il medagliere della manifestazione, che ha visto la Norvegia dominare incontrastata con quarantuno metalli preziosi e gli Stati Uniti confermarsi seconda potenza del panorama glaciale -3-8, racconta infatti di un’Italia capace di migliorare ogni precedente primato, superando quel muro dei venti podi che da Lillehammer 1994 sembrava un traguardo invalicabile -3. La spedizione azzurra, pur scivolata al quarto posto nella classifica per nazioni proprio nell’ultimo giorno a causa del sorpasso dei Paesi Bassi, ha potuto comunque festeggiare un risultato che va ben al di là della mera posizione in graduatoria, considerando la qualità e la varietà delle affermazioni ottenute -3-8. Le gare di chiusura, con il programma che spaziava dal bob a quattro allo sci di fondo femminile, non hanno aggiunto ulteriori medaglie al bottino azzurro, ma non hanno offuscato la brillantezza di un’edizione che resterà negli archivi per la profondità del movimento emerso -8.

Il sigillo delle regine e le imprese del pattinaggio

Fondamentale, nell’economia del successo tricolore, è stato l’apporto delle sue atlete più rappresentative, autrici di performance che hanno dell’incredibile. Se Federica Brignone ha scolpito il suo nome nella leggenda dello sci alpino a trentacinque anni, vincendo prima il supergigante e poi lo slalom gigante sulle nevi di casa – una doppietta che la consacra come la campionessa più anziana della storia nella disciplina –, altrettanto ha fatto Francesca Lollobrigida sulla pista di ghiaccio. La pattinatrice di Frascati, infatti, ha letteralmente dominato le prove di fondo, centrando l’oro sia nei tremila che nei cinquemila metri: un’impresa riuscita, nella storia di questa specialità, a non più di sei interpreti. La sua progressione, con quel guizzo finale che le ha permesso di precedere le fortissime olandesi e norvegesi nell’anello più lungo, ha regalato all’Italia due delle dieci medaglie d’oro, dimostrando una superiorità tecnica e atletica fuori dal comune.

Il carattere dello short track e l’acrobazia «folle» di Tabanelli

Emozioni forti, e non prive di polemica, sono arrivate dalla pista dello short track, dove il carattere dei protagonisti si è mescolato alla spettacolarità della gara. Pietro Sighel, dopo le delusioni patite nelle prove individuali – dove in più di un’occasione aveva gridato alla beffa per contatti giudicati irregolari –, ha trovato il riscatto nella staffetta maschile dei cinquemila metri. Insieme a Thomas Nadalini, Luca Spechenhauser e Andrea Cassinelli, ha condotto una gara di gestione e coraggio, rischiando la caduta a pochi giri dalla fine ma stringendo i denti per difendere il terzo gradino del podio dall’assalto del Canada. Quel bronzo, arrivato dopo un testa a testa con l’Olanda e la Corea del Sud, è valso doppio perché conquistato con i denti, confermando il metallo ottenuto a Pechino e portando a casa la seconda medaglia per il quartetto dopo l’oro nella staffetta mista. E poi ci sono loro, i giovanissimi, a testimoniare un vivaio inesauribile: Flora Tabanelli, definita “acrobata folle” per i suoi volteggi nello ski cross, ha stupito per personalità e tecnica, incidendo il suo nome tra i premiati di questa rassegna.

Il metallo della solidità e la cerimonia conclusiva

Al di là dei riflettori puntati sui singoli, ciò che colpisce dell’Olimpiade di Milano Cortina è la distribuzione dei metalli in ben dieci discipline diverse, un segnale di salute per l’intero movimento invernale. Dalle conferme nel biathlon di Lisa Vittozzi, capace di centrare l’oro nell’inseguimento, ai podi a squadre nello slittino, passando per le medaglie nello snowboard e nel fondo, l’Italia ha dimostrato di non essere più un paese di “specialisti” di una sola nicchia. L’ultimo atto, con la cerimonia di chiusura all’Arena di Verona, ha salutato questi campioni mentre sullo sfondo rimanevano le imprese compiute e, perché no, qualche rammarico per un ultimo podio sfumato che avrebbe reso il quadro ancor più perfetto. Resta la fotografia di un’Italia vincente, capace di giocarsi alla pari con le potenze del nord Europa, forte di un mix vincente di veterane e giovani leve.

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