«Non posso essere a favore della guerra»: Leone XIV e il peso delle vittime innocenti tra Iran e Libano

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
ESTERI Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Reduce da undici giorni in Africa, un viaggio che lo ha portato in Camerun, Guinea Equatoriale e Angola – Paesi, questi, ricchissimi di materie prime ma dove intere popolazioni restano schiacciate dalla miseria – Papa Leone XIV ha incontrato i giornalisti nel corso del volo di rientro a Roma, scegliendo di non eludere nessuno dei temi caldi del momento. A emergere con forza, dalla conferenza stampa a bordo, è stata innanzitutto una domanda di fondo lasciata volutamente aperta: «Cosa fa il Nord del mondo per il Sud del mondo?». Un interrogativo che, implicitamente, denuncia lo sfruttamento delle risorse altrui e l’assenza di una reale volontà di riscatto per le popolazioni locali. Tuttavia, a monopolizzare l’attenzione sono state soprattutto le urgenze della geopolitica, a partire dalla crisi nello Stretto di Hormuz – che il Papa ha definito una «situazione caotica, critica anche per l’economia mondiale» – fino al cambio di regime in Iran, passando per le stragi di civili che hanno segnato le ultime fasi del conflitto.

Il peso indelebile della foto di un bambino ucciso a Beirut

Sul fronte mediorientale, la voce del pontefice si è levata chiara e ferma, rifiutando la logica della violenza come risposta automatica ai conflitti. «Bisogna promuovere una cultura della pace», ha scandito Leone XIV, perché la soluzione non può essere quella di «entrare con la violenza, con la guerra, attaccando». A rendere tangibile questa contrarietà alla guerra è stato un esempio drammatico e personale: il Papa ha confidato di portare con sé, impressa nella memoria come nel portafoglio, la fotografia di un piccolo musulmano incontrato durante la visita in Libano dello scorso dicembre. Quel bambino lo aspettava sventolando un cartello di benvenuto; oggi, invece, giace sotto le bombe di questa ultima fase del conflitto. Un’immagine, quella del piccolo scomparso, che per il Papa vale più di mille parole e che rappresenta plasticamente ciò che lui definisce «troppe vittime innocenti», menzionando altresì i bambini iraniani rimasti uccisi mentre si trovavano a scuola durante il primo giorno di guerra tra Israele e Stati Uniti. Di fronte a tanto orrore, la posizione della Chiesa non potrebbe essere più nitida: «Come pastore, non posso essere a favore della guerra».

L’intricato nodo iraniano e la linea vaticana sui regimi autoritari

Allargando lo sguardo alla crisi diplomatica, Leone XIV ha descritto la situazione come estremamente confusa, dove i negoziati procedono a singhiozzo: un giorno Teheran dice sì e Washington dice no, il giorno dopo avviene il contrario. Pur senza sbilanciarsi sulla necessità o meno di un cambio di regime, il Papa ha posto l’accento su un aspetto che ritiene prioritario: il rispetto del diritto internazionale e la protezione degli inermi. «La questione non è se si cambia regime» ha spiegato ai cronisti, «ma come promuovere i valori in cui crediamo senza provocare la morte di tanti innocenti». A proposito dei rapporti con governi autoritari – una critica ricorrente per la Santa Sede, che spesso viene accusata di fare da sponda a dittatori – il Papa ha difeso il principio del dialogo costante, ricordando che dietro le quinte esiste un lavoro silenzioso volto a promuovere la giustizia, liberare prigionieri politici o affrontare emergenze umanitarie. Un approccio, questo, che Leone XIV interpreta come un modo per «declinare il Vangelo nella realtà concreta».

L’immigrazione come sfida globale e la sconfessione delle benedizioni gay

Non poteva mancare, infine, un passaggio dedicato alla questione migratoria, che il Papa ha definito «un fenomeno mondiale» da affrontare partendo dalle radici del problema. «A volte i migranti sono trattati peggio degli animali», ha denunciato il pontefice, pur riconoscendo il diritto di ogni Stato a regolamentare i propri confini. La ricetta, a suo avviso, passa attraverso investimenti concreti in Africa e nei Paesi poveri, affinché i giovani non siano costretti a fuggire. Sul fronte interno alla Chiesa, invece, Leone XIV ha chiuso la porta a ipotesi di svolta progressista: interpellato sulle spinte provenienti dalla Germania, dove alcune diocesi intendono introdurre riti di benedizione per le coppie omosessuali, il Papa ha ribadito la contrarietà della Santa Sede a una «benedizione formalizzata». Un secco «no», motivato dall’esigenza di non disperdere l’unità della Chiesa su questioni sessuali, ritenute meno prioritarie rispetto ai temi della giustizia sociale e dell’uguaglianza.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.