Meloni: "Mps un gioiello". Promossa Intesa Sanpaolo
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Redazione Economia
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La via per contrastare l'offerta di Intesa Sanpaolo su Mps è già molto in salita per Banco Bpm.
Non tanto, o non solo, per la forza finanziaria di un avversario molto più grande, ma anche per il buon vento che tira intorno all'avanzata di Ca' de Sass, come dimostra il fatto che ieri sia stata la stessa premier Giorgia Meloni, durante il punto stampa al termine del G7, a lasciar filtrare un certo gradimento per l'operazione, definendo l'istituto senese un "gioiello al quale molti ambiscono" e spazzando via, di fatto, qualsiasi nostalgia per il passato recente quando Mps rappresentava invece un problema per il paese.
La benedizione di Palazzo Chigi e la svolta di Mps
La presidente del Consiglio, nel suo intervento, ha sottolineato come la trasformazione dell'ex banca in difficoltà sia frutto del lavoro svolto in questi anni, sebbene abbia poi precisato che il governo non ha "alcun ruolo" nelle dinamiche di mercato in corso, limitandosi a guardare con interesse a quanto accade, e rivendicando che la partecipazione statale in Mps sia ormai scesa al di sotto del 5%.
In questo contesto, la dichiarazione di Meloni suona come un'approvazione implicita alla scalata del colosso torinese, soprattutto se la si confronta con l'atteggiamento più prudente tenuto in passato su operazioni simili, e contribuisce a rendere la posizione di Banco Bpm ancora più complessa, dovendo quest'ultimo vedersela non solo con un'avversaria dalle dimensioni schiaccianti ma anche con un clima politico che sembra favorire l'aggressività di Intesa.
L'offerta pubblica di acquisto e scambio, che vale complessivamente circa 30,6 miliardi di euro, prevede un corrispettivo di 1,6 azioni Intesa e un euro in contanti per ogni titolo Mps, incorporando un premio del 12,5% rispetto alle quotazioni precedenti all'annuncio; un'operazione che, nelle intenzioni di Piazza Carlo Emanuele II, non mira soltanto a incorporare la banca più antica del mondo, ma è piuttosto finalizzata a un più ampio disegno strategico volto a rafforzare la leadership nel risparmio gestito e a mettere le mani su Mediobanca, e attraverso questa, su una fetta rilevante di Generali.
La strategia di Intesa e la spartizione con Unipol
Il piano messo a punto da Intesa, per superare gli ostacoli posti dall'Antitrust, prevede infatti una spartizione "chirurgica" dell'ex banca senese: da un lato, il gruppo guidato da Carlo Messina si terrebbe le attività più redditizie legate al private banking e alla gestione del risparmio, mentre dall'altro verrebbero cedute a Unipol circa 635 filiali e il marchio Mps stesso, per un corrispettivo in contanti tra i 3 e i 3,5 miliardi di euro.
In questo modo, Unipol e la sua controllata Bper si ritroverebbero a gestire la rete commerciale e gran parte degli sportelli, diventando di fatto il secondo polo bancario nazionale, mentre Intesa si assicurerebbe il controllo indiretto di Mediobanca e la sua partecipazione in Generali, rafforzando ulteriormente la propria influenza su un patrimonio di risparmio gestito che sfiora gli 800 miliardi di euro.
A fronte di questa offerta, che il consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni ha definito "non concordata", la palla passa ora agli azionisti, chiamati a decidere se aderire alla proposta di Intesa, mentre il management di Mps si trova sostanzialmente con le mani legate dalla regola della passività che impedisce di mettere in campo azioni difensive; il prossimo consiglio di amministrazione, in agenda per il 22 giugno, sarà quindi un appuntamento cruciale per fare il punto della situazione, anche se la partita sembra ormai segnata dalla schiacciante potenza di fuoco del gruppo di Torino e dal sostegno, seppur indiretto, venuto da Palazzo Chigi.
Il nodo occupazionale e il futuro del territorio
Non mancano però le preoccupazioni sul fronte occupazionale e sociale, come dimostrano le parole del presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, che ha espresso scetticismo verso operazioni che possano cancellare l'identità e il radicamento territoriale di Mps, chiedendo garanzie sul marchio e sulla presenza a Siena. E se da un lato il presidente di Intesa, Gian Maria Gros-Pietro, ha annunciato che in caso di successo dell'operazione le assunzioni previste dal piano industriale potrebbero salire da 6.800 a oltre 13.000 unità, dall'altro lato il rischio concreto è quello di una progressiva desertificazione bancaria, con la chiusura di centinaia di sportelli e l'azzeramento delle strutture centrali, che verrebbero in gran parte trasferite o incorporate nel gruppo Bper, con inevitabili ricadute su un territorio che già in passato aveva pagato a caro prezzo la crisi del Monte.




